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Passerotto orsù, vattene via (finché sei in tempo...)

1  11.04.2011

Vantaggi:
Le musiche di Rachel Portman

Svantaggi:
Tutto il resto

Consiglio il prodotto: No 

brest

Su di me: Cliccando su 'biglietto da visita', potete fare la conoscenza di mio figlio. (7/11/2012: O B A M ...

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In media l'opinione è' stata valutata Eccellente da 19 utenti Ciao

(Alcune indispensabili fessure sulla trama)

Cresciuti nel quieto e misterioso collegio di Hailsham insieme a tanti coetanei senza famiglia, gli adolescenti Kathy (Izzy Meikle-Small), Ruth (Ella Purnell) e Tom (Charlie Rowe) divengono lentamente dei giovani adulti. Solo allora sono dunque trasferiti nella brumosa campagna del Somerset, a macerarsi nell’attesa e a interrogarsi sui loro reciproci destini.
Ruth (Keira Knightley) e Tom (Andrew Garfield) sono nel frattempo ‘fidanzati’, a dispetto di Kathy (Carey Mulligan), da sempre innamorata del ragazzo e ora costretta allo sgradevole ruolo di migliore amica di entrambi. Ma tutti e tre hanno un triste destino segnato, di cui sono consapevoli: per ritardarlo anche solo di un pochino, si dice che una coppia debba dimostrare di amarsi.
Il triangolo no, non li aveva considerati: eppure, sarà un’ormai morente Ruth a consegnare ai suoi due compagni di sventura un’ultima, flebile speranza: solo l’incontro fatale con la vecchia istitutrice del convitto, miss Emily (una sempre magnetica Charlotte Rampling), darà alla loro trepidazione la tanto attesa risposta.
Nel 1967, recita una didascalia a inizio film, l’aspettativa media di vita del genere umano era di 100 anni: non è il nostro mondo, dunque, anche se ci somiglia tanto; non è l’Inghilterra del XX secolo che conosciamo noi, anche se è dipinta dalle stesse pennellate grigio-verdi, nebbiose e fredde; non è la nostra vita, insomma, anche se questi sventurati perplessi e attoniti si coprono con maglioni e sciarpe che sembrano essere stati recuperati dalle nostre vere soffitte, dalla lana infeltrita dei nostri ricordi o incubi.
Non è, o non è ancora ?

Dopo l’esordio con “One Hour Photo” (2002), il quotato regista di videoclip Mark Romanek (R.E.M, Michael Jackson, Madonna, Morrissey tra i suoi clienti ) ha pensato bene di tornare dietro la cinepresa per adattare un romanzo di Kazuo Ishiguro ambientato in una dimensione psicologica prima ancora e assai di più che in un qualunque alternativo passato o presente: le atmosfere della classica ‘letteratura inglese Einaudi’ (penso naturalmente a Ian McEwan, ma anche a Martin Amis e addirittura al rivale feltrinelliano Jonathan Coe) effettivamente trasudano da ogni fotogramma del film, e rivelano senza ombre l’intenzionale matrice ‘atmosferica’ di cui il racconto vorrebbe o dovrebbe essere permeato.
Il romanzo esistenzialista britannico a cavallo tra Novecento e nuovo millennio, con tutte le sue licenze ucroniche, le sue ugge sedimentate, le sue nebbie della brughiera, delle spiagge deserte e del cuore, deve aver folgorato sulla via di Three Mills il cinquantunenne regista di Chicago che decise dunque, più o meno tre anni fa, di lavorare sulla fonte letteraria originale nata dalla mente di un altro scrittore di origine totalmente o

Fotografie per Non lasciarmi
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Non lasciarmi Immagine 1
Locandina originale
parzialmente asiatica ma con passaporto britannico, come i suoi colleghi Salman Rushdie (da Bombay e in fuga dalla fatwa degli ayatollah) e Hanif Kureishi (londinese di padre pakistano).
Non ho letto il romanzo di Ishiguro, ma ora ne sono perlomeno incuriosito: non fosse altro perché mi sembra impossibile che il libro possa rivelarsi tanto insulso e insoddisfacente come il film.

Eh sì, l’ho detto: a me “Non lasciarmi” non è piaciuto, malgrado (o, forse, proprio perché) ne avessi letto o sentito parlare con toni appena meno che entusiastici, se non di aperta esaltazione, anche da persone degne della massima stima e credibilità.
Com’è possibile, dunque?
Credo dipenda anzitutto dalla scelta di adattare un romanzo troppo ‘denso’ e ricco di sottotesti, pochissimi dei quali possono emergere (per questioni di minutaggio ma anche per la difficoltà di restituire nel ‘visibile’ i travagli dell’anima) nella punta d’iceberg di una pellicola cinematografica: per cimentarsi in qualcosa del genere occorre essere o tanto tanto bravi o parecchio presuntuosi, e temo che Romanek stia pendendo più da quest’ultima parte, perché in quasi ogni fotogramma della sua opera è palese il desiderio di miniare cinema con la punta finissima del ricamatore di oro zecchino. Interni penombrosi, campagne livide e umidicce, vapori degli sguardi in dissolvenza incrociata: forse per affrancarsi da una fama professionale ancora troppo debitrice dei suoi contributi video alle icone della musica pop contemporanea, il regista esagera senza ritegno sul fronte della ricercatezza formale, ma il tentativo di tramutare ogni inquadratura in un olio di Hopper ‘schiaccia’ sontuosamente una sceneggiatura già soffocata da troppe ellissi e sottintesi verso il romanzo di provenienza, e vessata per di più da dialoghi che sono quasi peggio delle sequenze non parlate.

Primo problema: l’acquiescenza dei protagonisti verso il loro destino. Se essa è così evidente, mi dev’essere motivata, e invece il film non lo fa, anzi attende quasi la metà del suo fangoso percorso per far apparire un furgoncino su cui campeggia il logo del NDP (National Donor Program), rivelatore del fatto che l’organizzazione del progetto è statale e che dunque i fanciulli erano vittime designate sin dall’inizio. Tuttavia, non mi basta: se dei ragazzi di normale intelligenza vengono educati normalmente (come sembra che accada ad Heilsham) io mi aspetto che alcuni di loro (magari non tutti) diano segni di insofferenza, ribellione, fuga. Nessuno si dispera sapendo che vivrà trent’anni invece di cento? Io un po’ mi incazzerei, una volta scoperta la cosa. Nessuno, che so, tenta il suicidio, o di scappare o di cambiare identità? No.
Non solo ‘no’: ‘no, e tanto vi basti e stronzo chi non si accontenta’. Mah.
Secondo problema: l’approccio della deriva sentimentale. Il personaggio cardine del film, Kathy, comprime dentro di sé la non corrisposta passione per Tom, ma a furia di comprimere la fa quasi sparire del tutto, e non stupisce a quel punto che quando i due, finalmente amanti, possono dare sfogo al loro legittimo desiderio di unirsi, la scena esprima la stessa sensualità di un’otturazione al terzo molare della dentatura inferiore (se faccio questo paragone, credetemi, è perché so di cosa parlo).
Terzo problema: l’ingenuità. Il sub-plot dei lavoretti artistici che servirebbero a ‘vedere nell’anima degli allievi’ per garantire una proroga agli innamorati è di una puerilità quasi oltraggiosa (e Tom ci fa ancora la figura del tardo di comprendonio), confluendo nella battuta finale dell’assistente di madame che sentenzia: «Non era per guardare nella vostra anima, ma per dimostrare che ce l’avevate, un anima» (!!).
Invece il film sembra voler dare ragione ai freddi chirurghi che progressivamente ne asportano le parti di interesse (avvertimento: chi non sopporta sequenze di chirurgia, per quanto non ravvicinatissime, si astenga), perché nessuno dei protagonisti, a mio parere, dimostra di avere davvero un’anima degna di questo nome, e non mi sembrano certo sufficienti decine di fogli istoriati con interessanti disegni: è dal personaggio stesso, e non dai suoi comodi artefatti, che mi si dovrebbe dimostrare questa presunta vitalità.
I giovani attori coinvolti, tutti già piccole (Andrew Garfield in “Leoni per agnelli”, Carey Mulligan in “Wall Street 2 – Il denaro non dorme mai”) o grandi (la Knightley) stelle di Hollywood, si spendono con eroico stoicismo per un film che non li merita, ma che rintocca almeno dei perfetti temi musicali di Rachel Portman, sensibile nel catturare lo spirito del romanzo e più brava a ‘raccontarlo’ degli autori stessi: un enorme senso di gonfia perplessità intorbida i loro sguardi, e ho dovuto annaspare sino ai titoli di coda per poter dire che, davvero, ora li capisco.

Rischio (come abbastanza spesso accade) di essere in schiacciante minoranza, visto che il film, oltre che essere generalmente ben recensito, vanta un rating attuale di 7.3 su imdb.com, equivalente ad un’opera quasi notevole, però non ci posso fare nulla: anche se molti o tutti dicono che il film è bellissimo, non posso esimermi dallo scrivere sinceramente il mio parere.
Dunque, trasparenza etica senza se e senza ma: “Non lasciarmi” l’ho trovato davvero brutto, rapidamente sconfortante dopo un inizio lento ma addirittura rapinoso, imbevuto com’era nell’implicito rimprovero ad un mondo (ancora) inesistente, o glassato dalla nostalgia feroce per un sogno, anziché per la realtà.
Capisco che (forse) è più un problema mio la mancata sintonia con le corde profonde che il film si ostina insistentemente a pizzicare, fin quasi a togliere loro ogni sensibilità: però debbo confessare di essermi fastidiosamente annoiato per tutti i due terzi finali (quindi più di un’ora, che poco non è) e addirittura di essermi quasi scandalizzato per l’esile banalità dell'epilogo, in cui sono apparsi ugualmente rifulgenti buone, buonissime intenzioni e pessima esecuzione sul campo.
Il votaccio è dunque (dal mio punto di vista) spiegato nonché congelato nella sentenza definitiva della stelletta solitaria: dicono che è un bel film, potrebbe far impazzire legioni di darkeggianti ‘emo’ oppure chi ha adorato il libro e quindi non risentirà delle probabili aporie dell’adattamento conoscendo già atmosfere, motivazioni e storie individuali. Tutti gli altri sappiano che, se vogliono vedere un film ritmato e divertente sul tema di esseri umani usati come banche di organi, beh, c’è sempre il roboante “The Island” di Michael Bay (2005) a ricordarci che è meglio il cinema di serie B ma schietto e luccicoso dell’autorialità soffusa e afasica che traveste con toghe filosofeggianti una colpevole avarizia di contenuti.

In una delle tante sequenze di oleografia pura che costellano il film come una galassia puntiforme, assistiamo al volo di un curioso passeraceo che entra svolazzando nella cucina del casale che ospita i donatori per poi posarsi finalmente sul manico di una panciuta teiera. Tutto molto british , isn’t it? Beh, ecco, a me l’immagine è rimbalzata in testa verso la fine di questo strambo e angosciato viaggio, sotto forma di reminiscenza adolescenziale riguardante il più sfacciatamente melenso dei nostri Grandi Cantautori: Claudio Baglioni (non me ne vogliano gli adoratori, anche perché in qualche modo sono uno di loro).
Nell’immortale incipit di ‘Sabato pomeriggio’ il vate di Montesacro singhiozzava «Passerotto, non andare via...» per poi dilungarsi su fenomeni di rifrazione del tramonto nelle iridi dell’amata e in una franca ammissione di corresponsabilità circa il destino (presumo infelice) del loro pur giovane amore.
Ebbene, il tono di ultimativa tristezza e agghiacciante staticità che promana dal film come mortifere esalazioni da scorie radioattive è così pervasivo e dilagante che, invece, verrebbe voglia di urlare al pennuto: vattene, vola via, vola lontano!
Non rimanere su quella cacchio di teiera un secondo di più, o potrebbe venirti voglia di innamorarti di un cadavere, fare la mascotte di un reparto di malati terminali, diventare donatore d’ali senza averlo mai chiesto.
Del resto le tue, così piccole e leggere, un film da quindici milioni di dollari non lo potranno sollevare mai.

SCHEDA
NON LASCIARMI (Gb/Usa 2010, 104’). Regia: Mark Romanek. Soggetto: Kazuo Ishiguro (da romanzo omonimo, edito in Italia da Einaudi. Sceneggiatura: Alex Garland. Fotografia: Adam Kimmel. Montaggio: Barney Pilling. Scenografia: Mark Digby. Costumi: Rachael Fleming, Steven Noble. Musiche originali: Rachel Portman. Con Carey Mulligan, Andrew Garfield, Keira Knightley, Izzy Meikle-Small, Charlie Rowe, Ella Purnell, Charlotte Rampling, Nathalie Richard, Sally Hawkins. (Voto: 4)
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Commenti su questa Opinione
superamy

superamy

04.04.2013 08:02

a me è piaciuto..

John_Capo_Horn

John_Capo_Horn

04.07.2011 14:12

Non l'ho visto per un unico e importantissimo motivo: ho letto il bel libro di Kazuo Ishiguro. E a me i film ricavati dai libri che ho letto non piacciono mai. Data la tua opinione, adesso ho un secondo motivo.

lupo68

lupo68

11.05.2011 23:12

Spietato e giustamente inesorabile.

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