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3 Stelle La Musica di Notre Dame de Paris
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Vantaggi Coreografie e scenografie spettacolari

Svantaggi Il Testo e, a volte, la musica

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wotan805 Dal 18 set 2003

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  • 29/09/2003

    La Musica di Notre Dame de...

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Il Musical “Notre Dame de Paris” non mi è piaciuto né dal punto di vista testuale (rimando all’opinione di Digi, che condivido in pieno) né da quello strettamente musicale, di cui vorrei occuparmi in special modo in questa sede.
Sembra che riferito a “Notre Dame de Paris” il termine “Musical” non piaccia a Riccardo Cocciante, che in un’intervista ha dichiarato di preferire “Spettacolo Musicale”, aggiungendo il fatto che secondo lui aveva creato un nuovo genere di Teatro Musicale. Sottigliezza terminologica? Mah. Se prendiamo la compatta e diffusa Garzantina della Musica troviamo che il termine Musical è una abbreviazione da Musical Comedy o Musical Play. Forse Cocciante ha pensato di aver inventato il Musical Show?
Dello show, in tutti i modi, mi sono piaciute le coreografie (i ballerini e gli acrobati sono bravissimi) ed alcune trovate tipo la scena del primo atto che io chiamo “dei Black Block” dove i ballerini, come degli stuntmen, si gettano sotto le “inferriate mobili”; oppure quella “delle Campane” del secondo atto (una sera due mie amiche mi hanno fatto imbucare al Gran Teatro di Roma e me la sono goduta dalla sesta fila… Veramente notevole). Poi complimenti a David Zard (il produttore), perché come manager, dopo anni di relativo silenzio, ha dimostrato il fatto suo, nel senso che ha ottenuto il meglio del meglio che poteva (e forse anche di più) da questo spettacolo.
Aggiungo anche che Notre Dame de Paris ha sicuramente il merito di aver avvicinato il grande pubblico ad una delle varie espressioni del Teatro in Musica. Magari può essere uno stimolo a far nascere delle passioni, o a voler approfondire conoscenze specificatamente musicali.
Ma è bene, però, fare alcune distinzioni.
Tengo ulteriormente a precisare di aver visto la versione in francese in VHS e, pochi giorni dopo, una prova generale al Gran Teatro di Roma (completamente pieno) nel periodo del debutto romano, più di un anno e mezzo fa. Piccola parentesi personale: le mie amiche “dell’imbuco” sono delle vere e proprie fan scatenate di Notre Dame, non di Cocciante in particolare, ma proprio di Notre Dame e, aggiungerei, dei suoi interpreti! (ma qui mi fermo, perché altrimenti racconto un’altra storia). In loro compagnia (cosa si fa per amicizia, e non solo) ho anche visto un paio di volte il DVD dell’Arena di Verona, versione 2002 ed ho ascoltato diverse volte il CD.
Tornando alla mia prima visione/ascolto dal vivo (quella della prova generale) ricordo di non averne avuta una grande impressione. La prima cosa che purtroppo ho notato - peccato mortale - è l’assenza dell’orchestra dal vivo, a differenza dei Musical anglosassoni. Tutto con la base, come nei teatri parrocchiali (con tutto il rispetto). Capisco le esigenze del budget (mi sembra però che anche a New York cerchino di risparmiare), ma far pagare dai 25 ai 70 Euro l’ingresso per ascoltare il karaoke, proprio non mi va giù. La seconda cosa - peccato veniale - è stata la deliberata tendenza di molti cantanti del primo cast di fare del “cocciantismo” cioè l’imitazione più o meno spudorata della voce di Cocciante. Passi Quasimodo/Di Tonno, ma già con l’aggiunta di Clopin/Guerzoni, qualche volta di Gringoire/Setti e poi di Frollo/Matteucci, mi sembrava un po’ troppo. La voce più chiara e tenorile di Febo/Galàtone era una piacevole alternativa. La prima Esmeralda (Lola Ponce) a quei tempi (e mi è sembrato nella diretta tv dello scorso 4 Settembre ancora oggi) aveva vocalmente un po’ di problemi e, tutto sommato, anche con la pronuncia italiana (proviene dalla recitazione di telenovele ed ha all’attivo un CD in Argentina.). Fiordaliso (D’Ottavi e Di Bari) ha una parte minore, ma sono ottime tutte e due le interpreti… (la seconda, poi, la conosco… un po’ di spirito di parte non guasta mai…).
Devo fare, però, un’osservazione per me importante: i cantanti scelti nelle selezioni in tutta Italia rispondono a requisiti sia artistici che estetici. Alcuni sono effettivamente di una gran bella presenza (ho ascoltato commenti sui giovanotti che si esibivano da parte di alcune gentili signore ingioiellate e dall’aspetto raffinatissimo che ricordavano molto quelli dei marinai sbarcati in libera uscita dopo tre mesi di navigazione ininterrotta).
A parte le battute, devo aggiungere un dato anche questo a mio giudizio importante e di cui sono profondamente convinto: non credo proprio che un cantautore puro che non abbia fatto seri studi musicali possa ottenere, da solo e senza aiuti esterni, risultati accettabili nelle forme di grande respiro, come uno spettacolo che dura più di due ore. Non voglio dilungarmi ora in dettagli tecnici, ma un cantautore è, per forma mentis, abituato a trattare, appunto, canzoni… Strofa – ritornello – strofa – ritornello etc. E lì il discorso musicale finisce, dura tre/quattro minuti e poi da capo, con una nuova canzone… Tanti piccoli numeri slegati, e tutte forme chiuse, quindi, simili a se stesse. La sensazione che provavo era quella di assistere ad un Concerto/Recital di Cocciante (soprattutto nel secondo atto – la scena “della gabbia” era di una pesantezza sovrumana, il primo atto l’avevo trovato più vario.)
Non sono un fan di Cocciante (se non si fosse ancora capito), ma “Margherita” e “Cervo a Primavera” mi sono sempre piaciute (fra l’altro non disprezzo nemmeno l’ “Ave Maria pagana” di Notre Dame, che sembra non piaccia alla maggior parte dei fan di Cocciante che io conosco). Anche Paul Mc Cartney, anni fa, ha voluto scrivere un poema sinfonico (aiutato da un compositore di professione) ma ha avuto il buon gusto di archiviarne l’esperienza.
Quello che a mio avviso manca (in quasi tutta la musica leggera che voglia misurarsi con le grandi forme e con il teatro in musica in generale) è il concetto di “sviluppo” sia formale che tematico. Nel campo della musica leggera, mutatis mutandis, è come se volessi scrivere un romanzo con un vocabolario di cento parole e 5 regole di grammatica e sintassi (mi sono tenuto largo).
Ma non sempre è così, per fortuna.
Un esempio? Rimaniamo nel campo del “Musical”, non voglio ora citare alcun autore di musica classica in generale o del teatro lirico in particolare. Mai visto o ascoltato “Les Misérables” (sempre da Victor Hugo) di Claude Michel Schoenberg? La prima versione è in francese, ma ha sfondato in inglese a Broadway e Londra, dove dal 1985 viene ininterrottamente eseguito (dopo il debutto al Barbican) al Palace Theatre, sì ininterrottamente, tutti i giorni tranne quello libero. In “Les Misérables” i temi (trattati con organicità) sono bellissimi, come la caratterizzazione delle voci dei protagonisti e dei co-protagonisti. Le armonie sono moderne ed evolute ed il trattamento del contrappunto (e dell’orchestrazione) è di tutto rispetto. Se vi piacciono i musical e se capitate a Londra, andatevelo a vedere. La sterlina è cara di per sé, ma uscirete dal teatro soddisfatti dei soldi spesi.
Anche Notre Dame è stato eseguito a Londra, ma è stato programmato meno, ma molto meno. Forse anche perché, da un punto di vista di fruizione musicale (di tutti i generi), i londinesi hanno un palato leggermente più fine, grazie anche all’eccezionale offerta di programmazione esistente nella loro città.
Consiglio anche di vedere, ovunque sia possibile, per fare solo un paio di esempi a me più vicini, Jesus Christ Superstar (sia il Musical che il Film) - sarebbe interessante parlare dei suoi pregi - ed anche l’ascolto dei CD e visione del film “The Wall” dei Pink Floyd (o meglio Roger Waters) che ha un piano formale molto organico e ben sviluppato.
Come opinione temo di essermi dilungato un po’ troppo…
Concludo dicendo che il Musical che preferisco in assoluto, comunque, è West Side Story di Leonard Bernstein. Lì ci si accorge del calibro del musicista (che ammiro moltissimo anche come direttore d’orchestra). E poi su un soggetto forse abusato come quello di Romeo e Giulietta (qui in chiave moderna, nei quartieri della New York anni 50). Lo sapevate che sul Romeo e Giulietta di William Shakespeare esistono ben 43 adattamenti musicali (accertati) di vario genere (opere liriche, balletti, pezzi sinfonici, musical)? In ordine di tempo quello di Bernstein (1957) è il quartultimo. Non è semplice scrivere o creare qualcosa di non banale e scontato - anche se le storie di amore e morte hanno un notevole fascino sul pubblico per farsi apprezzare - specialmente quando si è preceduti (ed ora li nomino) da Bellini (I Capuleti e i Montecchi, opera lirica), da Ciaikowski (Romeo e Giulietta, Overture-Fantasia) e Prokofiev (Romeo e Giulietta, balletto) per citarne solo alcuni. A mio giudizio, e non solo mio, è molto più difficile dire l’ultima parola su un soggetto, o anche un genere, che inventarsene (o credere di inventarne) uno nuovo.
Ho sentito dire che ora Cocciante vuole scrivere una nuova opera lirica. Inventerà la New Hot Water Lyric Opera?


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Avete domande riguardo Notre Dame de Paris - Musical? Domanda
Pagina 1 di 4 | 1 - 5 di 17 commenti
  • kandara 26/02/2004 12:19

    Hai un futuro. Ho letto tutte le tue recensioni, moltiplicale!

  • Elisabeth1965 10/02/2004 18:21
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile

    Bella opinione! Te ne intendi di musica! Perché non ne scrivi ancora? Ciao Lizzy

  • apiucci 30/10/2003 15:25
    Ha valutato l'opinione
    Utile

    A me è piaciuto! Ciao

  • asiotta 14/10/2003 17:28
    Ha valutato l'opinione
    Utile
  • mdelia 07/10/2003 14:52
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile

    concordo con la tua opinione: ho trovato la musica noiosissima. Una "margherita" di 3 ore credo non la regga nemmeno la mamma di cocciante! ma le scenografie e i ballerini erano strepitosi. non vedevo uno spettacolo di danza moderna così qualitativamente apprezzabile da anni

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