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Vantaggi Le pietre e il pane. I piedi nudi e le scarpe per emigrare. La sintesi di Olmi e Fellini.
Svantaggi Tutti quelli dell'ossigeno, quando non viene inalato.
Dettagli
| Genere | drammatico |
|---|---|
| Età minima | per tutti |
| Regia | ottima |
| Attori | geniali |
| Sceneggiatura | ottima |
| Colonna Sonora | appropriata |
| Qualità Video (DVD): |
continua
Oggi, 17 marzo 2011, 150esimo anniversario dell'unità d'Italia.
Ripubblico in questa occasione l'unica opinione su film da me visti al cinema in cui io abbia mai accostato il sostantivo 'orgoglio' all'aggettivo 'italiano'.
Per il resto, la mia bandiera fuori dalla finestra è fradicia e stropicciata, senza niente da festeggiare davvero in questo nostro povero paese o nello sventurato mondo.
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Ai primi del Novecento, un bastimento carico di uomini e donne, accatastati nelle cuccette di stive separate, parte dalla Sicilia con destinazione America.
Tra i tanti, lo abitano Salvatore Mancuso (Vincenzo Amato) e i suoi familiari estirpati dalle pietre di una vita grama: la madre Fortunata (Aurora Quattrocchi), il fratello Angelo (Francesco Casisa), l’apparentemente sordomuto Pietro (Filippo Pucillo), le fanciulle in età da marito Rita (Federica de Cola) e Rosa (Isabella Ragonese).
All’imbarco si era unita a loro l’enigmatica straniera Lucy (Charlotte Gainsburg), già ripudiata dal promesso sposo americano e in attesa di un secondo tentativo.
Mare grosso, nave piccola per tutti quanti: finalmente si arriva all’America, ma il nebbioso approdo passa per Ellis Island, piattaforma a sud di Manhattan, sede del grande centro di accoglienza provvisoria e imbuto globalizzato di emigranti da tutta Europa.
Ultima chiamata per i Mancuso: qualcuno sceglierà di oltrepassare la Porta Dorata dell’ignoto, qualcun altro deciderà invece di non voler appartenere ad un mondo nuovo, e farà ritorno alle sue pietre.
I quali ‘eroi’ sono incarnati da un gruppo di attori scarsamente conosciuti ed enormemente bravi, tra i quali giganteggiano Vincenzo Amato nella parte di Salvatore, e Aurora Quattrocchi in quella di sua madre Fortunata.
Se la presenza esotica e straniante della Lucy di Charlotte Gainsbourg conferisce al mix di caratteri umani una preziosa nota di distonia e anormalità (quindi carburante arricchito per il motore della storia, oltre che inevitabile pedaggio da pagare agli investitori transalpini), i monumenti vivi di Salvatore e Fortunata si impongono come cuori gemelli di un organismo eterozigote, antitetico nel suo pulsare almeno quanto è identico nell’appartenenza della carne, del sangue, della voce.
Salvatore è proteso, Fortunata compressa. L’uno sembra sputarsi sempre nelle mani per poter afferrare il futuro, l’altra percepisce con certezza animale che la sua autorità (di madre, di levatrice, di sciamana) sta per dissolversi man mano che l’oceano si restringe tra sé e lamerica.
Quando poi scopre che lì riescono a far piovere a comando su ognuno (le docce), la donna capisce definitivamente che quella magia va oltre le proprie forze.
Formidabile e obliqua la dialettica bipolare tra la madre e il figlio, tra la sapienza ancestrale e l’accettazione della modernità ( sospira Salvatore sbirciando i grattacieli di New York da una lunetta del finestrone del ricovero temporaneo), ma non meno spielberghiana (ovvero storicamente istruttiva e ‘filmicamente’ perfetta) è la descrizione della donne obbligate a contrarre matrimonio in quel luogo e in quel momento per poter essere ammesse negli Usa: la lunga sequenza dei ‘riconoscimenti’ delle future spose, da parte di fidanzati improvvisati o prenotati per procura, insegna così tanto in così poco tempo da renderla degna di proiezione obbligatoria in tutte le scuole, non in quanto risarcimento femminista ma perché documentario vivente di un sacrificio completamente femminile (ma anche maschile, se si verificava il caso, più raro, che la fidanzata fosse molto avanti con gli anni rispetto al suo promesso sposo).
In questa sequenza è concesso alle due ragazze siciliane il breve struggente proscenio che il resto del film inevitabilmente nega loro, e che racchiude, nella predestinazione rassegnata di donne vestite a festa per il funerale dei loro sogni, l’energia che sarebbe bastata a farne quasi un altro film.
Vedete, io non mi sono mai sentito orgoglioso di essere italiano. Malgrado tutte le nostre poche declamate virtù (contrapposte a troppi sottaciuti vizi), nonostante il patrimonio artistico, la piccola vedetta lombarda, il campionato più bello del mondo, il clima temperato che però non è più quello di una volta (non so se avete notato).
Ogni volta che penso a quanto di bello ci sia nel nostro paese, ogni volta che segna o vince la nazionale, ogni volta che il nostro stellone olimpico riempie estati e inverni di medaglie d’oro, in me non scocca la scintilla dell’orgoglio, ma semmai quella più elementare della contentezza.
Non solo non abbiamo, noi italiani, tanti motivi per sentirci orgogliosi, ma nemmeno la nostra storia ci ha mai insegnato ad esserlo, e con ragione.
Sono felice di essere italiano, mi sento privilegiato, buongustaio ed elegante rispetto ai miei simili sparsi per il mondo. Orgoglioso, no.
O meglio, non sino a quando, in “Nuovomondo”, ho iniziato a guardare la verità umana e (voglio usare un termine forse antipatico in questo contesto) ‘etnica’ di Salvatore contemplandone con crescente commozione la scoperta del Nuovo Mondo, che lui nel film conosce solo come centro di accoglienza di Ellis Island (il cui museo, dedicato all’immigrazione otto-novecentesca, ha proprio direttamente ispirato Crialese).
Non sino a quando il film mi ha permesso di posare gli occhi su questa scena rivelatrice.
Come parte delle ‘prove’ che gli sbarcati devono sostenere per dimostrare di non essere minorati mentali, vi è quella della tavolozza rettangolare da riempire incastrando nel modo corretto apposite forme di legno, vale a dire rettangoli e triangoli di svariate dimensioni.
C’è chi li mischia furiosamente, chi li schiaccia una sull’altra a pugni, chi li combina a dovere: quando tocca a Salvatore, lui usa i pezzi di legno che si trova fra le mani per edificare, all’impronta, il modellino di una piccola casa con annessa stalla.
Mostra il presepe istantaneo risultante all’esaminatore con la sua spiegazione del manufatto: «…chista è la casa, chisto il riparo per gli armàli…», e mentre parla il volto gli si riscalda di un sorriso creatore e speranzoso, come di colui che è pronto a risolvere, a modo suo, tutti gli enigmi di una terra che non può in fondo essere troppo diversa dalla propria.
Ecco, non credo affatto di essere stato in grado di rappresentare con povere parole il genio solare e profetico di una semplice sequenza di venti secondi (è la differenza tra me e un grande film, fatevene una ragione), ma vedete, solo tentando di descriverla potevo ricongiungermi alla mia premessa: nel guardare la scena di Salvatore e dei suoi ingegnosi lego improvvisati, ho sentito addensarmi il sangue, ho avvertito la mia faccia rischiararsi, ho visto me stesso rigonfiarmi di poco, per un attimo, dalle punte degli alluci alle terminazioni nervose degli zigomi.
Per la prima volta da quando posso ricordare, mi sono sentito orgoglioso di essere italiano, di essere come Salvatore, di avere lui tra i miei antenati.
Per tanti mesi e anni di un secolo fa, oltre l’oceano arrivarono i nostri. I nostri avi, i nostri parenti, le nostre mani, i nostri occhi. I nostri dialetti analfabeti, i nostri semi di grano e gramigna.
Arrivarono in una terra immensa e diffidente, stracolma di una ricchezza futura che proprio loro erano già, senza averlo saputo mai.
(*) Gli americani adorano il cinema in grande che sa farsi piccolo, che è realistico nell'ambientazione ma sognante nella psicologia, che parli di loro e del mondo senza farli uscire troppo male nel confronto, che abbia dentro il limpido battito delle immagini oltre la barriera delle parole.
"Nuovomondo" è esattamente questo tipo di film, e anche a rischio di una figuraccia (ovvero ben prima di sapere se riuscirà ad entrare nella cinquina delle nominations, e naturalmente senza conoscere nessuno degli altri candidati) lo pronostico come destinatario della statuetta della Academy, la notte del prossimo 5 marzo 2007, al Kodak Theatre di Hollywood Boulevard.
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apo1971 06/01/2012 21:38
Caro il mio Brest, volevo rileggermi questa tua splendida recensione perchè avevo appena visto questa magnifica opera, ma la trovo mutilata di tutta la seconda parte. Scherzi del sito, occulto censore o semplicemente un tuo maldestro tentativo di modifica finito in tragedia?
Ricky9 18/03/2011 13:42
Opinione veramente eccellente!!!! complimenti...
apo1971 20/11/2010 13:33
cmq l'ho ordinato in DVD , tra una settimana lo vado a ritirare. Certo che è il colmo per uno che si chiama Conformista trovarsi al 1% , ravvediti caro (anti)conformista , ravvediti finchè sei in tempo.
apo1971 20/11/2010 12:59
Amico mio , solo tu sai colpire così forte dentro me con le tue parole!! Non mi vergogno a dirlo , ma un rigagnolo ha solcato la mia guancia. Ti capisco benissimo quando dici di non essere orgoglioso , e Dio solo sa quanto vorrei esserlo , di appartenere al piccolo (ma a volte eccezionalmente grande) genere italico.
Adesso si che è tornata al suo splendore. Adoro quando un'opera cinematografica si fa docu-poesia (a tratti documentario a tratti poesia) come questa. Mi trovi d'accordo con l'altissima valutazione finale.