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Opinione

per Nuovomondo (E. Crialese - Italia 2006)
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5 Stelle Arrivarono i nostri, e il più grande Respiro. Opinione diamante Opinioni con immagini
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Raccomandato: Si

Vantaggi Le pietre e il pane. I piedi nudi e le scarpe per emigrare. La sintesi di Olmi e Fellini.

Svantaggi Tutti quelli dell'ossigeno, quando non viene inalato.

Dettagli

Genere drammatico
Età minima per tutti
Regia ottima
Attori geniali
Sceneggiatura ottima
Colonna Sonora appropriata
Qualità Video (DVD):
continua

L'autore

brest Dal 7 feb 2001

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Oggi, 17 marzo 2011, 150esimo anniversario dell'unità d'Italia.
Ripubblico in questa occasione l'unica opinione su film da me visti al cinema in cui io abbia mai accostato il sostantivo 'orgoglio' all'aggettivo 'italiano'.
Per il resto, la mia bandiera fuori dalla finestra è fradicia e stropicciata, senza niente da festeggiare davvero in questo nostro povero paese o nello sventurato mondo.
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(Allarme giallo: non ho potuto, non ho proprio potuto rispettare il consueto parametro della mia leggendaria stringatezza, né esimermi dal trasformare alcuni momenti del film in pezzi di racconto scritto, per voi)

Ai primi del Novecento, un bastimento carico di uomini e donne, accatastati nelle cuccette di stive separate, parte dalla Sicilia con destinazione America.
Tra i tanti, lo abitano Salvatore Mancuso (Vincenzo Amato) e i suoi familiari estirpati dalle pietre di una vita grama: la madre Fortunata (Aurora Quattrocchi), il fratello Angelo (Francesco Casisa), l’apparentemente sordomuto Pietro (Filippo Pucillo), le fanciulle in età da marito Rita (Federica de Cola) e Rosa (Isabella Ragonese).
All’imbarco si era unita a loro l’enigmatica straniera Lucy (Charlotte Gainsburg), già ripudiata dal promesso sposo americano e in attesa di un secondo tentativo.
Mare grosso, nave piccola per tutti quanti: finalmente si arriva all’America, ma il nebbioso approdo passa per Ellis Island, piattaforma a sud di Manhattan, sede del grande centro di accoglienza provvisoria e imbuto globalizzato di emigranti da tutta Europa.
Ultima chiamata per i Mancuso: qualcuno sceglierà di oltrepassare la Porta Dorata dell’ignoto, qualcun altro deciderà invece di non voler appartenere ad un mondo nuovo, e farà ritorno alle sue pietre.

Vi ricordate “Respiro”? Con questo piccolo grande film del 2002 (cui ciaociacic ha dedicato una folgorante misconosciuta recensione, su questo sito) si rivelava Emanuele Crialese, quarantunenne cineasta romano incantato dalla Sicilia, isola delle sue origini.
Quell’opera seconda, minimalista ma luminosa di una solennità viscontiana, confermò il talento già intravisto nell’esordio “Once We Were Strangers” (1997), e permise al regista di attirare su di sé le attenzioni interessate dei nostri produttori.
Per “Nuovomondo” lo sforzo congiunto di Raicinema e Arté France Cinéma gli ha messo a disposizione capitali non ciclopici ma comunque ampiamente sufficienti, ad esempio, a riprodurre il ‘purgatorio’ di Ellis Island a Buenos Aires, e a garantire riprese on location nell’impervio entroterra girgentano, che Crialese usa come metafora di primo grado (cioè diretta, fulminante, traducibile nella comprensione immediata di ogni sguardo a prescindere dalla preparazione personale del singolo spettatore) della spietata vita quotidiana che i Mancuso si decidono finalmente ad abbandonare.
Cinema di Grande Respiro, allora. Nel nostro caso significa, in particolare, che Crialese riesce ad ampliare lo spettro della sua visione, del suo potere di ritrarre la Sicilia anche nella profondità di campo del Tempo, e passa da un piccolo azzurro cammeo cesellato su una donna (in “Respiro” era straordinaria la molto sottovalutata Valeria Golino) ad un imponente scuro grezzo affresco commisurato al destino di una singola famiglia, e di un intero popolo.
La moltitudine degli emigranti da ovunque, il cui flusso ininterrotto nutrì la futura superpotenza mondiale di tutto il genoma di cui aveva bisogno per legittimarsi come mondo nel mondo, di tutto il sangue e le lingue e i mattoni dell’indispensabile Babele che è oggi, questo popolo questo mare di gente sul mare ‘esigeva’ un’epopea, e “Nuovomondo” la rappresenta, col respiro enorme del cinema e il fiato trattenuto dell’odissea individuale.
Ho visto questo film in un cinema d’essai dal cui schermo i fotogrammi proiettati di “Nuovomondo” sbordavano, di qualche centimetro in larghezza e di almeno mezza spanna oltre il lato inferiore: ho sorriso, pensando che la vecchia sala non era abituata allo spazio invadente del frame panaflex, traducibile in ‘sedici noni’ per renderlo comprensibile ai forzati televisivi che tutti siamo.
Un grande respiro, un cinema ingombrante, un orizzonte ampio e nello stesso momento raddensato sulla micro-storia dei nostri eroi.

I quali ‘eroi’ sono incarnati da un gruppo di attori scarsamente conosciuti ed enormemente bravi, tra i quali giganteggiano Vincenzo Amato nella parte di Salvatore, e Aurora Quattrocchi in quella di sua madre Fortunata.
Se la presenza esotica e straniante della Lucy di Charlotte Gainsbourg conferisce al mix di caratteri umani una preziosa nota di distonia e anormalità (quindi carburante arricchito per il motore della storia, oltre che inevitabile pedaggio da pagare agli investitori transalpini), i monumenti vivi di Salvatore e Fortunata si impongono come cuori gemelli di un organismo eterozigote, antitetico nel suo pulsare almeno quanto è identico nell’appartenenza della carne, del sangue, della voce.
Salvatore è proteso, Fortunata compressa. L’uno sembra sputarsi sempre nelle mani per poter afferrare il futuro, l’altra percepisce con certezza animale che la sua autorità (di madre, di levatrice, di sciamana) sta per dissolversi man mano che l’oceano si restringe tra sé e lamerica.
Quando poi scopre che lì riescono a far piovere a comando su ognuno (le docce), la donna capisce definitivamente che quella magia va oltre le proprie forze.
Formidabile e obliqua la dialettica bipolare tra la madre e il figlio, tra la sapienza ancestrale e l’accettazione della modernità ( sospira Salvatore sbirciando i grattacieli di New York da una lunetta del finestrone del ricovero temporaneo), ma non meno spielberghiana (ovvero storicamente istruttiva e ‘filmicamente’ perfetta) è la descrizione della donne obbligate a contrarre matrimonio in quel luogo e in quel momento per poter essere ammesse negli Usa: la lunga sequenza dei ‘riconoscimenti’ delle future spose, da parte di fidanzati improvvisati o prenotati per procura, insegna così tanto in così poco tempo da renderla degna di proiezione obbligatoria in tutte le scuole, non in quanto risarcimento femminista ma perché documentario vivente di un sacrificio completamente femminile (ma anche maschile, se si verificava il caso, più raro, che la fidanzata fosse molto avanti con gli anni rispetto al suo promesso sposo).
In questa sequenza è concesso alle due ragazze siciliane il breve struggente proscenio che il resto del film inevitabilmente nega loro, e che racchiude, nella predestinazione rassegnata di donne vestite a festa per il funerale dei loro sogni, l’energia che sarebbe bastata a farne quasi un altro film.

E’ probabile che non molti conoscano o ricordino “L’albero degli zoccoli” (1978), capolavoro di Ermanno Olmi ricoperto negli anni a seguire da quasi tutte le onorificenze europee possibili (Palma d’Oro a Cannes, César, David di Donatello, BAFTA) e che non fu candidato all’Oscar per solo per mancanza di copie distribuite in California in tempo utile. Olmi prese veri contadini della campagna bergamasca e li fece recitare nella parte di se stessi, solo cento anni prima, per raccontare in presa diretta la condizione e la vita dei braccianti agricoli lombardi nell’Italia post-unitaria.
Crialese mi ha ricordato quel film scegliendo di far parlare gli attori in vero dialetto siciliano (sottotitolato nelle parti più ostiche) e mostrando, nella sequenza di apertura, Salvatore e Angelo, scalare a piedi nudi un picco roccioso, stringendo tra i denti un sasso per tutto il tragitto, da offrire come voto ad un’immagine sacra una volta giunti in cima, con le bocche sanguinanti: «…dicci, c’amo a fare? A’mo a pàrtere, o a’mo a stare ccà?»
Me lo ha ricordato con la scena della consegna delle scarpe (un paio delle quali con suole di legno) e dei vestiti, ‘dote’ indispensabile per intraprendere il viaggio nella maniera dignitosa di futuri cittadini e non più come rozzi pastori e mezzadri.
Il regista (anche sceneggiatore) tuttavia si serve di questa base di consolidata nobiltà per innestarvi la sua evoluzione, che invece discende dal più lieve e sospeso cinema felliniano: i sogni ad occhi aperti di laghi di latte su cui galleggiano carote giganti, o il passo felice di ragazzini che abbracciano olive grandi come cocomeri, o ancora alberi da cui piovono quarti di dollaro sonanti, spalancano ai nostri occhi la psicologia mitica dell’emigrato ignorante, incapace di distinguere in una cartolina la realtà dal fotomontaggio, e obbligato a convincersi (per mancanza di informazioni, di conoscenze dirette o indirette, di scelta) che quell’Eldorado lontano li aspettasse a braccia aperte.
Olmi e Fellini. E naturalmente Verga, anche se qui i vinti non si fanno sconfiggere facilmente: nel verismo impietoso della loro rappresentazione (storica e antropologica) Crialese incastra la gemma di un premio, quando ci racconta la scoperta che ad Ellis Island Salvatore fa, assaporandolo incredulo, del pane bianco.
«… è come mangiare le nuvole…» sospira beato, e lo spettatore non può non ricordarsi quale diversa cosa il contadino di Petralia si trovasse a masticare, a inizio film.
Quasi sento Crialese parlare a mezza voce all’indistruttibile migrante, col tono fatato del suo neo-verismo onirico: si, Turi: lì mangiavi sassi, qui nuvole; lì vivevi seppellito, qui vedi case nel cielo; lì provenivi dall’averno della notte dei tempi, qui, ancora un po’ di pazienza e una moglie obbligatoria, e potrai entrare in paradiso.

Vedete, io non mi sono mai sentito orgoglioso di essere italiano. Malgrado tutte le nostre poche declamate virtù (contrapposte a troppi sottaciuti vizi), nonostante il patrimonio artistico, la piccola vedetta lombarda, il campionato più bello del mondo, il clima temperato che però non è più quello di una volta (non so se avete notato).
Ogni volta che penso a quanto di bello ci sia nel nostro paese, ogni volta che segna o vince la nazionale, ogni volta che il nostro stellone olimpico riempie estati e inverni di medaglie d’oro, in me non scocca la scintilla dell’orgoglio, ma semmai quella più elementare della contentezza.
Non solo non abbiamo, noi italiani, tanti motivi per sentirci orgogliosi, ma nemmeno la nostra storia ci ha mai insegnato ad esserlo, e con ragione.
Sono felice di essere italiano, mi sento privilegiato, buongustaio ed elegante rispetto ai miei simili sparsi per il mondo. Orgoglioso, no.
O meglio, non sino a quando, in “Nuovomondo”, ho iniziato a guardare la verità umana e (voglio usare un termine forse antipatico in questo contesto) ‘etnica’ di Salvatore contemplandone con crescente commozione la scoperta del Nuovo Mondo, che lui nel film conosce solo come centro di accoglienza di Ellis Island (il cui museo, dedicato all’immigrazione otto-novecentesca, ha proprio direttamente ispirato Crialese).
Non sino a quando il film mi ha permesso di posare gli occhi su questa scena rivelatrice.
Come parte delle ‘prove’ che gli sbarcati devono sostenere per dimostrare di non essere minorati mentali, vi è quella della tavolozza rettangolare da riempire incastrando nel modo corretto apposite forme di legno, vale a dire rettangoli e triangoli di svariate dimensioni.
C’è chi li mischia furiosamente, chi li schiaccia una sull’altra a pugni, chi li combina a dovere: quando tocca a Salvatore, lui usa i pezzi di legno che si trova fra le mani per edificare, all’impronta, il modellino di una piccola casa con annessa stalla.
Mostra il presepe istantaneo risultante all’esaminatore con la sua spiegazione del manufatto: «…chista è la casa, chisto il riparo per gli armàli…», e mentre parla il volto gli si riscalda di un sorriso creatore e speranzoso, come di colui che è pronto a risolvere, a modo suo, tutti gli enigmi di una terra che non può in fondo essere troppo diversa dalla propria.
Ecco, non credo affatto di essere stato in grado di rappresentare con povere parole il genio solare e profetico di una semplice sequenza di venti secondi (è la differenza tra me e un grande film, fatevene una ragione), ma vedete, solo tentando di descriverla potevo ricongiungermi alla mia premessa: nel guardare la scena di Salvatore e dei suoi ingegnosi lego improvvisati, ho sentito addensarmi il sangue, ho avvertito la mia faccia rischiararsi, ho visto me stesso rigonfiarmi di poco, per un attimo, dalle punte degli alluci alle terminazioni nervose degli zigomi.
Per la prima volta da quando posso ricordare, mi sono sentito orgoglioso di essere italiano, di essere come Salvatore, di avere lui tra i miei antenati.

Se amate l’eventualità di una sensazione inedita e sorprendente, ma anche se solo amate la Sicilia, o il cinema di migranti, o la storia americana e italiana, non potete perdere questo film che molto probabilmente vincerà l’Oscar 2007 come miglior lungometraggio di lingua non inglese. (*)
Mi verrebbe da dire: se siete italiani non lo dovete mancare. La semplice possibilità che anche uno solo di voi possa sentirsi come mi sono sentito io giustifica un lieve sconfinamento nell’implorazione patetica.
Andate. Andate. Andate e respiratelo a pieni polmoni.

Per tanti mesi e anni di un secolo fa, oltre l’oceano arrivarono i nostri. I nostri avi, i nostri parenti, le nostre mani, i nostri occhi. I nostri dialetti analfabeti, i nostri semi di grano e gramigna.
Arrivarono in una terra immensa e diffidente, stracolma di una ricchezza futura che proprio loro erano già, senza averlo saputo mai.

SCHEDA
NUOVOMONDO (Ita/Fra 2006, 120'). Regia, soggetto e sceneggiatura: Emanuele Crialese. Fotografia: Agnès Godard. Montaggio: Marilyne Monthieux. Musiche originali: Antonio Castrignanò. Scenografia: Carlos Conti. Costumi: Mariano Tufano. Con Charlotte Gainsburg, Vincenzo Amato, Francesco Casisa, Ernesto Mahieux, Andrea Prodan, Filippo Pucillo, Aurora Quattrocchi, Vincent Schiavelli. (Voto: 8 e Mezzo)

(*) Gli americani adorano il cinema in grande che sa farsi piccolo, che è realistico nell'ambientazione ma sognante nella psicologia, che parli di loro e del mondo senza farli uscire troppo male nel confronto, che abbia dentro il limpido battito delle immagini oltre la barriera delle parole.
"Nuovomondo" è esattamente questo tipo di film, e anche a rischio di una figuraccia (ovvero ben prima di sapere se riuscirà ad entrare nella cinquina delle nominations, e naturalmente senza conoscere nessuno degli altri candidati) lo pronostico come destinatario della statuetta della Academy, la notte del prossimo 5 marzo 2007, al Kodak Theatre di Hollywood Boulevard.

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Avete domande riguardo Nuovomondo (E. Crialese - Italia 2006)? Domanda
Pagina 1 di 18 | 1 - 5 di 87 commenti
  • apo1971 07/01/2012 12:59
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    Adesso si che è tornata al suo splendore. Adoro quando un'opera cinematografica si fa docu-poesia (a tratti documentario a tratti poesia) come questa. Mi trovi d'accordo con l'altissima valutazione finale.

  • apo1971 06/01/2012 21:38
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    Caro il mio Brest, volevo rileggermi questa tua splendida recensione perchè avevo appena visto questa magnifica opera, ma la trovo mutilata di tutta la seconda parte. Scherzi del sito, occulto censore o semplicemente un tuo maldestro tentativo di modifica finito in tragedia?

  • Ricky9 18/03/2011 13:42
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    Opinione veramente eccellente!!!! complimenti...

  • apo1971 20/11/2010 13:33
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    cmq l'ho ordinato in DVD , tra una settimana lo vado a ritirare. Certo che è il colmo per uno che si chiama Conformista trovarsi al 1% , ravvediti caro (anti)conformista , ravvediti finchè sei in tempo.

  • apo1971 20/11/2010 12:59
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    Amico mio , solo tu sai colpire così forte dentro me con le tue parole!! Non mi vergogno a dirlo , ma un rigagnolo ha solcato la mia guancia. Ti capisco benissimo quando dici di non essere orgoglioso , e Dio solo sa quanto vorrei esserlo , di appartenere al piccolo (ma a volte eccezionalmente grande) genere italico.

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