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Opinione

per Ogni maledetta domenica
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5 Stelle Squali contro Delfini Opinioni con immagini
44 su 44 utenti Ciao hanno valutato come utile la seguente opinione Vedere le valutazioni
Raccomandato: Si

Vantaggi Realismo estremo nella rappresentazione dello sport iper-professionistico, un cast popoloso, una regia ruvida e concitata, un montaggio abilissimo, un Jamie Foxx rivelazione.

Svantaggi Per apprezzarlo appieno occorre essere tifosi di sport, o di football, o di Stone, o di Al Pacino, o della neonata stella Foxx, o magari di una Cameron Diaz maschiaccia e sboccata. Chi non si riconosce nel profilo deve evitare questo film.

Dettagli

Genere drammatico
Età minima per tutti
Regia buona
Attori convincenti
Sceneggiatura buona
Colonna Sonora perfetta
Qualità Video (DVD):
continua

L'autore

brest Dal 7 feb 2001

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Centimetro dopo centimetro. Con sudore e sangue. Perché ogni maledetta domenica o vinci o perdi, e nessuno al mondo può sottrarti al tuo destino di sofferenza, nel trionfo come nell'umiliazione della sconfitta.
E' questa la filosofia spicciola di Tony D'Amato (Al Pacino), storico allenatore dei Miami Sharks nella lega professionistica di football: una stagione travagliata lo vede al centro di molte situazioni in rapido e quasi incontrollato divenire, e tra queste le più imprevedibili riguardano le bizze della focosa proprietaria della squadra, Christina Pagniacci (Cameron Diaz), l'usura agonistica del vecchio campione Jack Rooney (Dennis Quaid) e la rampante ambizione del nuovo quarterback nero Willie Beaman (Jamie Foxx).
I playoffs si avvicinano minacciosi come un pack di linebackers, e pongono al logorato stratega e motivatore alcune domande impellenti: ce la farà a tenere unito uno spogliatoio di vanitosi milionari? Riuscirà a ribaltare la recente serie negativa e ad agguantare per l'ennesima volta la post-season? Convincerà Christina con la bugia pietosa del suo immutato entusiasmo per il gioco e per la gloriosa franchigia della Florida?
La risposta a quasi tutto è nel braccio fatato e nel tempismo di Willie, e il giorno stabilito per svelarla è la prossima maledetta domenica.

(Sto gradualissimamente lavorando alla ricomposizione della mia 'opera omnia' dal 1990 ad oggi: l'intenzione è quella di recensire TUTTI i film che ho visto al cinema in questo lasso di tempo, e la cui opinione sia ancora mancante sul sito. Non fate quella smorfia corrucciata: escluso questo, ne mancano ancora solo 200)

Il genere del film sportivo è tanto rischioso quanto allettante: al di là delle pellicole sul pugilato, intrinsecamente avvincenti anche se per i puristi molto poco realistiche nella riproduzione dei combattimenti, molte altre discipline si sono rivelate totalmente aride di pathos cinematografico: si pensi al calcio (non granché il troppo celebrato "Fuga per la vittoria", francamente brutto il più recente "Best") o al tennis (imbarazzante, secondo chi ha avuto la sfortuna di vederlo, l'ambizioso "Wimbledon" del 2003 con Paul Bettany e Kirsten Dunst).
L'America, tuttavia, è patria al tempo stesso dello sport professionistico e del cinema, e non di rado la combinazione di queste due identità profonde ha dato vita a piccoli gioielli: innanzitutto sul baseball ("Otto uomini fuori" e "Gioco d'amore", mentre "L'uomo dei sogni" di Phil Alden Robinson per la sua metafisica bellezza meriterebbe un discorso a parte), ma anche sul più pacioso golf ("Tin Cup") e soprattutto sul football ("Quella sporca ultima meta", "Tempi migliori").
Il relativo successo che questi film hanno riscosso da noi è dovuto in gran parte all'estraneità del grande pubblico italiano con i codici, linguistici e regolamentari, di questi sport, e ancor di più alla mancanza, da parte nostra, della nozione di come la storia dello sport sia fortemente connaturata con quella degli Usa, strano paese nel quale eroi degli stadi (e, non casualmente, anche quelli del grande schermo) raggiungono una popolarità culturale del tutto equivalente a quella di presidenti modernizzatori, predicatori visionari, generali vittoriosi, statisti assassinati.
(Questo è il punto dell'opinione in cui chi non sa la differenza tra football americano, football nel resto del mondo e rugby può ancora allontanarsi tranquillamente senza ricevere neanche una pernacchia o una cuscinata sulla nuca) (Da adesso in poi è a vostro rischio e pericolo)

Forse non tutti (tra voi) sanno che… Oliver Stone è un vero fanatico di football. Uno di quelli che la domenica si chiude in casa con buffet, birre e amici assortiti per gustarsi anche tre o quattro partite 'live' di seguito sul megaschermo del salotto.
Il sessantenne tifoso dei New York Giants ha però attraversato una fase senile di rifiuto della modernità e nostalgia dei bei tempi andati (chissà se ci si trova ancora in mezzo o l'ha superata: i suoi film successivi a questo sembrerebbero far propendere per la prima ipotesi): stupisce che un navigatissimo uomo di mondo come OS si scandalizzi del fatto che 'non esistono più i giocatori-bandiera' o che 'oggi contano solo i soldi', ma a dispetto di una saggezza domestica che sa molto di qualunquismo reazionario (tanto da riecheggiare i sospiri di mia madre di fronte alle notizie che provengono ogni sera dal Tg4 e che raccontano l'ineluttabile decadenza dell'universo mondo dopo i brogli elettorali comunisti contro Re Silvio), per fortuna il suo mestiere di regista lo richiama all'ordine, e gli impone di allestire un dramma dinamico che contenga tutta la velocità mozzafiato delle azioni di gioco e tutta l'amarezza esistenziale di un vecchio leone indeciso se gettare la spugna o raccogliere nuove sfide.

La squadra di Tony D'Amato, livido generale di mille battaglie, sfoggia il carnivoro appellativo di 'Miami Sharks', gli squali di Miami.
E' interessante che la vera squadra della capitale non ufficiale della Florida sia quella dei 'Dolphins': la National Football League aveva infatti (prevedibilmente) negato a Stone il permesso di utilizzare nomi e marchi ufficiali della lega in un'opera di finzione che avrebbe usato la mano pesante nel descrivere il 'lato oscuro' del più americano degli sport americani.
Stone non aveva fatto mistero che nel film i temi centrali sarebbero stati il disincanto, l'inaridirsi dei genuini valori della competizione leale, l'ingombro osceno e corruttore del denaro, il lassismo etico nei confronti dei moderni gladiatori cui viene concesso tutto in dosi illimitate (soldi, sesso, droghe) purché siano massicci e assatanati sul turf della domenica.
Così, proprio come fanno sempre le compagnie aeree con le produzioni di film d'azione (sui cui jumbo infatti appaiono sempre nomi e marchi accuratamente inesistenti), la NFL si è ben guardata dall'autorizzare l'utilizzo di squadre e livree reali in un film schiettamente improntato ad un realismo brutale e corrosivo.
Oliver Stone si è però vendicato come fanno gli intellettuali e gli artisti, con l'immaginazione: se l'NFL crede di mantenere una verginità mediatica con i suoi Dolphins, io quelli di Miami nel mio film li chiamo Sharks: squali contro delfini, la rozza mordace verità del campo e della vita contro l'edulcorato copyright dello sport griffato e venduto, in quasi tutti i sensi.

Coach Stone la vince, la sua partita. La vince alla grande. Usa le vitamine legali del cinema per abbozzare vicende e personaggi che popolano il campo, le tribune, le sale stampa e i turpiloquianti spogliatoi dei professionisti del football, e ottiene il massimo risultato col massimo sforzo di un cast sempre extra-lusso, di una regia ipertrofica quanto mai adatta al contesto, e soprattutto di un montaggio di travolgente grandinante frammentarietà, perfetto per restituire la concitazione del gioco e furbo nel nascondere quasi completamente le tribune, che durante le riprese non potevano essere affollate come nelle vere gare NFL.
La stessa energia torrenziale iniettata a raffiche nell'epilessia del montaggio, schiaffeggiata senza ritegno nella ruvidità di una sceneggiatura biliosa e infine arieggiata con sventolio di macchina da presa nelle pieghe e sequenze di una regia incalzante, è 'condotta' senza interruzioni di flusso da una numerosa e luccicante batteria di attori, la maggior parte dei quali adattano la loro disponibilità celeberrima a ruoli di puro contorno: è il caso del monumento Charlton Heston, dell'ex-rampante e ora molto in disuso Matthew Modine, per non parlare del 'mitico' John C. McGinley, caratterista onnipresente nei film di Oliver Stone.
E' indiscutibile, però, che il magnetismo di Al Pacino contrapposto alla 'fame' ascensionale di Jamie Foxx sia la turbina emotiva da cui tutta l'energia si sprigiona: anche se Cameron Diaz è ammirevole per la sua incarnazione di una maschiaccia in un corpo da fotomodella, e il suo linguaggio da camallo le permette di sintonizzarsi in tempo reale sulla lunghezza d'onda di un tessuto dialogico estremamente graffiante, è il rapporto padre-figlio, maestro-allievo e vecchio-giovane tra Tony D'Amato (Tony come Montana, icona alpaciniana residente nella Miami di "Scarface" e Brian De Palma solo 19 anni prima) e Willie Beaman a reggere il peso del dramma generazionale.
Molto preparato con il fisico e molto sensibile con l'espressività di un volto squadrato e poco cafro, Jamie Foxx fa con "Ogni maledetta domenica" il grande salto dalla tv della stand-up comedy al cinema con la 'c' maiuscola, e sfonda letteralmente lo schermo; anche se la parabola della sua love-story è molto convenzionale (da felicemente accoppiato a gasato satireggiante e ritorno, con capo cosparso di cenere), la sua performance sul campo è formidabile.
Peccato che dopo un epilogo perfetto dell'ultima decisiva partita, gli autori abbiano avuto la cattiva idea di apporre un sotto-finale (in split screen con i crediti di coda) in cui il prosieguo della carriera dell'allenatore viene ampiamente raccontato in chiave trionfale e celebrativa: la mia umile opinione è che una chiusura meno esplicitamente gloriosa per il vecchio protagonista sarebbe stata più consona con il tono generale della storia narrata sin lì, pieno di amarezza e solitudine.

Crudo, violento come la sleale partita della vita, sincopato come un singhiozzo di dolore o prostrazione fisica: "Any Given Sunday", ogni dannata domenica che dio conficca sulla faccia della terra, è diventato negli ultimi anni un vero mantra per allenatori professionistici di ogni sport, a riprova di quanto efficacemente coach Stone sia riuscito a entrare nella corteccia cerebrale e nei ventricoli cardiaci di quell'anomalo esemplare di essere umano noto come 'allenatore'.
Per godersi appieno un film così non è però necessario essere dopati dallo stress competitivo di una panchina, o di un nevrotico bordocampo: è bellissimo anche visto dalle nostre poltrone di casa, dai salotti in dvd o dal plastificato cigolio di una mai doma vhs.
Chi l'ha già visto sa cosa voglio dire; chi non l'ha fatto, invece, lo può appuntare senza esitazione sul taccuino delle tattiche infallibili per uscire vincitori da una di quelle serate in cui a praticare uno sterile possesso palla sarà un subdolo avversario chiamato 'noia'.

SCHEDA
OGNI MALEDETTA DOMENICA (Any Given Sunday, Usa 1999, 150'). Regia: Oliver Stone. Soggetto: Daniel Pyne e John Logan. Sceneggiatura: John Logan, Oliver Stone. Fotografia: Salvatore Totino. Montaggio: Stuart Levy, Thomas J. Nordberg, Keith Salmon, Stuart Walks. Musiche originali: Richard Horowitz, Paul Kelly. Scenografia: Victor Kempster. Costumi: Mary Zophres. Con Al Pacino, Cameron Diaz, Jamie Foxx, Dennis Quaid, James Woods, LL Cool J., Matthew Modine, Aaron Eckhart, Charlton Heston, John C. McGinley, James Karen. (Voto: 7.5)

Immagini

per Ogni maledetta domenica
Teaser americano
di brest brest

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Avete domande riguardo Ogni maledetta domenica? Domanda
Pagina 1 di 9 | 1 - 5 di 45 commenti
  • atyrson76 07/09/2011 15:41
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    altro gran film di al pacino..ovunque lo metti non toppa mai..

  • apo1971 04/03/2011 09:21
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    Ogni maledetta domenica....mi tocca assistere ad una rimonta. Tanto è esaltante rimontare (non mi toccare l'immortale "fuga per la vittoria" capito?) quanto è deprimente essere rimontati. Ecco, su questo qualcuno dovrebbero farci un film un giorno. Ma come diavolo fa una squadra a scendere in campo con il coltello tra i denti, a schiacciare l'avversario per poi, durante lo svolgimento del match, prendere inesorabilmente coscienza della propria debolezza mentre vince? Misteri dello sport....... e della psiche umana. Comunque, non divaghiamo, mi sono fermato a "Quella sporca ultima meta", spero di vedere presto anche quest'opera di Oliver Stone.

  • harleyd74 08/02/2009 11:45
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile

    visto ieri notte

  • lollofonta 25/03/2008 20:55
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile

    Fantastico il monologo pre-partita di Al Pacino.....

  • astalavistababy 29/05/2007 17:41
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile

    Non credo che sia un film che possa interessarmi ,comunque sei stato molto chiaro e dettagliato.

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