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per Ossi di seppia (Eugenio Montale)
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5 Stelle La natura come specchio del disagio esistenziale
19 su 19 utenti Ciao hanno valutato come utile la seguente opinione Vedere le valutazioni
Raccomandato: Si

Vantaggi Poesie-rasoio, capolavoro reale

Svantaggi Lo studio scolastico le confina in un target medio-basso da liceo

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acherusa

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Siamo nel 1925.

Il giovane antifascista piemontese Piero Gobetti, improvvisatosi editore per combattere il malcostume dilagante con opere libere, pubblica a Torino il primo libro di Eugenio Montale (Genova, 1896-Milano,1981) con il titolo "Ossi di seppia", una raccolta di liriche che, pur restando fedele ai canoni della metrica tradizionale, presenta un uso più svincolato del verso e della rima, eliminando ogni risonanza verbale e restringendo la parola a una pura essenzialità per assurgere ed esprimere il senso tragico della vita, escludendo ogni retorica sentimentalista.
Cardine primario degli Ossi di seppia è il territorio ligure, e, in particolare quello vibrante di memorie giovanili delle Cinque Terre, rappresentato nelle ore più silenti e luminose del giorno, su uno sfondo di aridità condensata che, inglobando un disegno esistenziale, enuncia quasi un messaggio metafisico.
Lo stesso titolo guida l’immaginazione del lettore lungo un sentiero di cose spente, estinte, come le conchiglie calcaree custodite all’interno delle seppie evocate, che, dopo essere state levigate dal mare, vengono deposte dalla maretta sulla riva insieme ad altri detriti, i quali compaiono spesso nella poesia montaliana come simboli di una vita colta nei suoi aspetti più umili, ma non marginali.
Ed è proprio nello sfondo inaridito del territorio ligure che avviene il muto dialogo del poeta con una natura indecifrabile che gli nega ogni possibile verità, e conforto, fornendogli uno spunto di riflessione sul senso della vita, e che si carica di profondi significati, divenendo lo specchio del disagio esistenziale che gravita sull’intera umanità.
Camminando, il poeta scorge spazi e s’imbatte in oggetti naturali che assumono i valori di una dolorosa condizione umana universale, legata a note di desolazioni assolute e sfociano nel paludoso mito, deiparo e infecondo, del “male di vivere”.
Traspare, così, una solitudine individuale, infetta e contagiosa: il singolo uomo, tra tanti suoi simili, è obbligato a perdersi nel labirinto della propria storia, confuso da una sequenza di avvenimenti di cui non conosce il senso.
Rimane, soltanto, la ricerca instancabile di un “anello che non tiene” o di una minima “verità” (I limoni) intesa anche come evento misterioso, che potrebbe temporaneamente suggerire un’occasione per sottrarsi al giogo delle “necessità”.
La poesia degli "Ossi" si anima, così, di fugaci apparizioni che caparbiamente si aggrappano alla vita, ostinandosi a resistere allo sgretolarsi della realtà e recando con sé segnali di speranza, come il martin pescatore (Gloria del disteso mezzogiorno), portatore di una felicità semplice che verrà come “la buona pioggia” per cancellare lo squallore e l’attesa dell’ “ora più bella”, o come l’upupa (Upupa, ilare uccello calunniato), emblema involontario di un momento di riflessione sottratto inconsapevolmente al divenire del tempo.
Fra le apparizioni si concretizzano nascendo anche i ricordi, che sfuggono velocemente ad ogni consapevolezza annientando il “miracolo” (Crisalide), cui il poeta tende e che non accade mai: scoprire, cioè, la verità della vita e il senso dell’esistere (Forse un mattino andando in un’aria di vetro).
Lo stilema della natura montaliana diviene, pertanto, l’imperativo negativo (Non chiederci la parola), la negazione di ogni certezza, il tracollo e il ripudio di ogni logica.
Al poeta non rimane altro che la disperata presa di coscienza dell’effimera fiducia che circonda un universo d’illusioni e l’amaro riscontro di una vita metaforicamente figurata in una “muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia” (Meriggiare pallido e assorto), preda di una “divina indifferenza”, effetto di una stoica demotivazione (Spesso il male di vivere ho incontrato), e, inevitabilmente, seguita dalla dolorosa visione di un’irrimediabile rottura con il passato (Cigola la carrucola del pozzo).
Resta solo l’augurio nei confronti di qualche eletto perché possa salvarsi dalla prigione di un mondo ostile (Casa sul mare), cercando “una maglia rotta nella rete” della propria vita (Godi se il vento ch’entra nel pomario) o “uno sbaglio di Natura” per scoprire finalmente la verità che la stessa continua a negargli (I limoni).
Cosa spera, invece, Montale per se stesso?
Solo un “altro cammino” che lo guidi verso un crollo “senza viltà” in compagnia della sua tristezza (Incontro).
L’esistenza del poeta non è dissimile da quella dell’intera umanità che ha, ormai, perso la via della salvezza (Arsenio), illusa e schiacciata da una realtà dominata dal “non senso” e che non può contrastare nemmeno con degli ideali precisi (Vento e bandiere).
Svariati ambienti acquisiscono una particolare importanza: “strade che riescono agli erbosi fossi”, “viuzze che seguono i ciglioni”, “pendici di basse vigne”, e, poi, ancora, orti, esilio-esistenza dell’uomo, chiusi da muri, barriera-limite delle facoltà conoscitive, e scogli, crepe del suolo, immagini di squallore o vita reale; rive che si sfaldano vicino al mare, entità eterna e infinita, elemento suggestivo e ricco di fini intenti patetici, che simboleggia il passaggio di un’indefinita energia positiva nel meccanico ripetersi del quotidiano (In limìne), mare anche maestro di purezza (Antico, sono ubriacato dalla voce) e rettitudine (Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale), padre (Giunge a volte, repente) e nemico di ambizioni fallite (Potessi almeno costringere).
La natura montaliana, che mai ha assunto un carattere puramente suggestivo e pittoresco, riesce un paesaggio mentale, quasi un oracolo da interrogare per avere svelati ambiguamente i perché di una sterile e dolorosa esistenza, i perché ancora privi persino di distorte verità, che assillano e consumano il cuore del poeta, e con lui quello della restante umanità.
Scaturisce da questi intenti una poesia in sé conclusa, non retorica né solenne, ma quasi prosaica, che decreta uno stato d’incomunicabilità, corrispondente storicamente con la regressione del Paese sotto il regime fascista.
Un lirismo assoluto quello degli "Ossi", che vedono la luce in un momento di stanchezza generale, fra il tracollo del futurismo, l’oblio dell’esteta D’annunzio e l’attenzione dei più rivolta ad una letteratura meno impegnativa e povera dal punto di vista formale, riscattata saltuariamente dal sentimentalismo di Pascoli e Gozzano; una poesia, quella degli "Ossi di Seppia" vibrante, forse non facile, ma certamente capace di scandagliare l’animo del lettore più esigente con la forza della vera poesia, che sfugge alla valanga cartacea delle liriche psico-neo-d’avanguardia cui siamo dolorosamente assuefatti ai giorni nostri.

Ben oltre il 2000.


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Pagina 1 di 5 | 1 - 5 di 21 commenti
  • Certa-Incertezza 25/07/2007 13:13
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile

    Complimenti! Sto leggendo "Ossi di Seppia" proprio in questo periodo... Opera SUBLIME.

  • DolceLettrice 23/05/2007 16:40

    Non so se mi piace.. buona opi

  • graciasalavida 14/02/2005 22:08
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile
  • theEND 04/03/2003 18:59
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile

    semplicemente stupendo!!!

  • edoardo75 24/12/2002 15:49
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile
Pagina 1 di 5 | 1 - 5 di 21 commenti

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