UNO, DUE, TRE: STELLA!

1  30.12.2007

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giadatea

Su di me: forse inattiva?

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Nella logica imprenditoriale moderna, ragionare in termini nazionali è diventato scomodo: le aziende che registrano i propri marchi in Italia e che si pregiano di creare il made in italy non sono più le aziende fondate dai patriarchi delle griffes italiane, quegli uomini tenaci che sulla logica del selfmademan hanno costruito imperi economici sfruttando il boom economico ma sapendo anche sviluppare le risorse individuali, la creatività, la costanza, la perseveranza.

Gli imprenditori di oggi, sono altri uomini.

Cinquantenni abbronzati che trascorrono le loro notti nei locali in, quando non li posseggono, giovani e spavaldi rampolli sperimentatori di droghe e a tempo debito mediocri attori nella recita del mea culpa mediatico, manichini stempiati che sembrano statue di cera con la pelle tirata, incapaci di produrre qualsiasi espressione, insomma, che siano uomini o caporali non lo so, certo sono uomini di mondo, ma in quanto a lavoratori…. Ho qualche dubbio!

Ma essere uomini d'affari, questo è un altro discorso, quando si possiede un capitale è normale volerlo tutelare, e non ci sarebbe nulla di male se questo principio si applicasse alla scelta di investimenti sicuri, evitando per esempio gli azzardi come i derivati, ma quando l'anima del commercio viene corrotta dalla speculazione, dalla spregiudicatezza smodata, dall'obiettivo unico di accumulare quanta più ricchezza possibile e accrescere in modo esponenziale il capitale, ci si trasforma in qualcos'altro, varcando il limite che trasforma il banchiere in usuraio.

Non che il protezionismo totale sia la soluzione per tutelare l'economia di una nazione, il confronto è giusto ma deve anche essere equo, altrimenti la collaborazione non è di reciprocità ma di sudditanza: non è il mercato che determina il prezzo ma il potere decisionale è in mano a chi sceglie a quale mercato rivolgersi, mettendo su un unico piatto della bilancia paesi diversi con realtà assolutamente diverse, monete diverse, e spesso disperazioni diverse.

Sono oramai molti anni che gli imprenditori hanno imparato a fare produrre i loro "pezzi" all'estero, quante le fabbriche dell'est che riempiono tir con direzione Italia, e anche con il recente ingresso della Romania e della Bulgaria nella comunità europea non si è occluso un mercato ma si è semplicemente ampliato un terreno aperto alla politica comunitaria, che con i suoi incentivi e i suoi rimborsi sta facendo più danni che benefici (e mi viene in mente il caso Muller, ma è solo l'ultimo di cui ho letto…).

Aderire alle politiche comunitarie non è un reato, anche se non piace a nessuno veder manovrare le scelte produttive a livello europeo, così come non piace che sia Bruxelles a decidere quanti prodotti agricoli dobbiamo produrre e quali dobbiamo acquistare dall'estero applicando una politica imposta che non tiene conto della qualità della produzione, del valore della tipicità e della tradizione della cultura per il prodotto "docg" a cui noi italiani siamo invece molto affezionati.

Resta il fatto che per usufruire dei benefici cee, l'imprenditore deve muoversi alla luce del giorno, deve pagare le tasse, deve curare una contabilità dettagliata e assolutamente inconfutabile e deve rispettare le leggi sul lavoro e a tutela dei lavoratori.

Il grosso investimento è un altro.

E' sfruttare i paesi sottosviluppati, costringendoli ad una sudditanza economica che rasenta lo schiavismo, o commissionare la produzione di intere partite produttive alla Cina, dove la manodopera ha un costo inferiore e l'ottica di industrializzazione è totalitaria, sperando magari di aggirare i controlli qualitativi sul prodotto finito giocando sull'equivocità intenzionale del marchio CE - simbolo di produzione europeea conforme alle leggi e agli standard della Cee - e C E - marchio di china export, esportazione cinese, conforme a nulla e non osservante di alcuno stardard qualitativo - (VEDERE FOTO).

Facile che poi, quando scoppia uno scandalo come quello della Mattel, si inizi a giocare a scaricabarile rimbalzandosi le responsabilità, coinvolgendo i progettisti statunitensi piuttosto che i produttori cinesi. La Mattel che ha commissionato una partita da 18 milioni di giocattoli, ovviamente, non può che essere estranea ai fatti, certo non è stata lei a dire di usare vernici e calamite pericolose, lei si è limitata a sottoscrivere una commissione ad un prezzo vantaggioso, più vantaggioso di quanto sarebbe costato produrre quegli stessi prodotti in Italia.

Ma se la Mattel è stata "beccata" quante navi scaricano quotidianamente i propri containers provenienti dalla Cina nel porto di Napoli senza venire controllate?

Recentemente la Confesercenti ha dichiarato che l'azienda italiana che produce il maggior fatturato è…. la mafia!

La mafia, con i suoi controlli portuali, permette a questo meccanismo economico di proliferare, consentendo alle aziende italiane di non avvalersi della manodopera locale, immobilizzando prepotentemente il mercato del lavoro, evitando di pagare le tasse, impedendo di contribuire a fare crescere il paese e di crescere con il paese.

Diventa ridicolo, a questo punto, parlare di qualità, la qualità dell'abito griffato che diventa scadente perchè cucito dalle mani di un'operaia cinese costretta a trascorrere 12 ore china sulla macchina da cucire di una fabbrica clandestina, ridicolo stupirsi che le borse di P. piuttosto che di C. non abbiano le cuciture perfettamente allineate perchè confezionate, e magari proprio in italia, da chi si è aggiudicato un lotto fantasma ad un'asta al ribasso garantendo la consegna in venti giorni, ridicolo sostenere che le cose fatte in Italia sono migliori a quelle prodotte all'estero solo sul presupposto che noi "siamo più bravi". Il punto è che chi rispetta le regole, deve rispettarle tutte, garantendo un processo di produzione controllabile lungo tutta la filiera, assicurando la tutela dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, pagando i contributi, investendo in sicurezza, investendo sui controlli della qualità e le certificazioni iso, che sono quelle che attestano che il prodotto è stato fabbricato a regola d'arte seguendo tutti i processi identificati nella mappatura di produzione. Chi rispetta le regole, deve pagare le tasse, tutte!
Queste regole, hanno un costo, ma garantiscono un risultato.

La speculazione annienta i costi di produzione, e non si cura affatto del risultato, forse dell'apparenza, ma non di sicuro della sostanza.
E allora i giocattoli diventano tossici, gli abiti vengono cuciti in serie senza le elementari accortezze delle sartorie tradizionali, i tessuti utilizzati sono di pessima qualità, quando non dannosi, ma sono tutte conseguenze della volontà di risparmiare sulle materie prime e sulla forza lavoro, sulla sicurezza e sull'evoluzione della società nel suo insieme.
E poi ci stupiamo se il made in italy viene contraffatto, se viene prodotto il parmigiano reggiano che di reggiano non ha nulla e se si millanta per prosciutto di Parma DOC una coscia di maiale abbrustolita nel sale, senza parlare delle bancarelle che espongono pelletteria e abiti e accessori con marchi di griffes molto famose e chiaramente fasulle.... Chissà se un giorno nel mondo intero non ci saranno i negozi equi e solidali per sostenere il vero made in i taly...

E qui io mi fermo, e concludo, magari con una sana e retorica citazione di Massimo D'Azeglio:"l'Italia è fatta, ora bisogna fare gli italiani". Credo che non sia ancora arrivato quel giorno….
Immagini
  • Prodotti italiani fabbricati altrove. Che fine ha fatto il made in Italy? Fotografia 6376693 tb
  • Prodotti italiani fabbricati altrove. Che fine ha fatto il made in Italy? Fotografia 6376694 tb
  • Prodotti italiani fabbricati altrove. Che fine ha fatto il made in Italy? Fotografia 6376695 tb
Prodotti italiani fabbricati altrove. Che fine ha fatto il made in Italy? Fotografia 6376693 tb
marchio cee
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lilbizza

lilbizza

14.01.2009 21:06

interessante!!! davvero!!! grande!

renato55

renato55

17.07.2008 18:53

analisi vera e ben fatta, complimenti anche se un po' in ritardo la penso eattamente come te

sleeper.s

sleeper.s

17.05.2008 17:38

Scrivi molto bene, ma non posso darti più che utile perchè il tuo pensiero non rispecchia il mio. Sia ben chiaro: ognuno è libero di persare ciò che vuole, e questo vale anche per me. Non sto parlando in maniera provocatoria, ma è sono una premessa, considerato il fatto che la mia opinione differisce da quella degli altri. Il fatto è che credo che prima di giudicare bisogna "sentire le due campane". Da come scrivi molte delle cose che riguardano la produzione e ciò che le gira intorno, a partire dagli aspetti tecnici per arrivare ai costi del personale, con tutto ciò che c'è in mezzo, forse, e sottolineo forse, non fanno pienamente parte del tuo bagaglio culturale in materia. Ci sono anche tanti fattori che a volte impediscono ad un imprenditore di operare in un modo, preferendone un altro. Quindi mi sembra riduttivo racchiudere la verità assoluta nelle tue parole. Su alcune cose mi trovo in accordo con te, su altre invece sono molto lontana dalla tua visione. Ovviamente questo non è il luogo adatto per esprimere a pieno la mia opinione (già mi sono dilungata troppo), forse un giorno scriverò il mio commento al "made in Italy" e allora ne riparleremo in maniera più approfondita. Comunque ciao e brava.

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