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Foglie in bianco e nero, colore di pensieri.
Vantaggi ......
Svantaggi ......
Dettagli
| Contenuti | |
|---|---|
| Reperibilità | |
| Layout: | buono |
| Qualità Materiale | mediocre |
| Prezzo |
Qualcuno strabuzzerà gli occhi (a dire il vero, credo in pochissimi) leggendo il cimento dedicato a Prévert e la recensione sulle poesie che ne deriva. Qualcun altro noterà l’asimmetria tra il giudizio finale che ne viene fuori e quello che, in linea con me e le mie opinioni, dovrebbe essere. L’asimmetria c’è, così come inspiegabile appare una qualunque analogia di natura letteraria tra quello che ho messo in rete finora e quello che segue. Niente di diabolico pensandoci bene, ma pur di astenermi dal “chissenefrega” di turno spiego con un piccolo proemio.
Maggio a Roma è bendato di vento fresco, lievemente frettoloso tra i controviali che ancheggiano dalle parti del mio ufficio. Le foglie (non quelle morte d’autunno) scorrono strane tra i palazzi umbertini della Nomentano-Trieste e il meccanismo si innesca in automatico. L’ora serale, bistrata appena dal sole che inciampa, rievoca la fine di qualcosa e riesce a confondere e disorientare la mia lisca D’annunziana, che è dentro e preme in un angolino. Ci riesce tranquillamente per questioni vagamente umorali e mobilita all’appello dozzine di controelementi. Jacques Prévert s’avvicina e con lui, il bagaglio di immagini che spiattella intorno. Basta ascoltare Yves Montand (stavolta proprio “Le foglie morte”) e avere un’aria blandamente bohemien, col vestito riottoso ma preciso e la palpebra di quinta, per impegnare il viatico giusto. Parigi sembra dietro l’angolo e con essa l’aria ritmicamente fascinosa che un velo di malinconia e una secchiata di speranza riescono a regalare. Premetto che la sensazione è destinata a durare tra i dieci e gli undici minuti. Il tempo giusto per attaccar battaglia sui cento all’ora con lo stronzo di turno su Via del Muro Torto, dove i duelli a sportellate all’ombra di Villa Borghese sono possibilità non remote. Manca la sigaretta obliqua per carenza di vizio in questione e ammetto che sarebbe condimento meraviglioso, quasi sostanza. Intanto squadro il faccione di Jacques Prévert, archetipo del broncio attempato transalpino, che sbircia dalla copertina della raccolta con richiamo palese ad un Jean Gabin in bianco e nero. Volo per un po’, oltre il dovuto. In fondo ho letto soltanto una raccolta di Poesie di Jacques Prévert, uomo antisistema sinistro e di sinistra, portavoce di quell’ala del surrealismo del novecento fuori da ogni conformismo. Per dirla tutta, così come il cinema di Truffaut o il nuovo romanzo o qualunque altra cosa i francesi abbiano adattato al loro modo di essere particolari, stronzi e affascinanti, il conformismo poi finisce per avercelo tutto. Così ci sarebbero tutti i presupposti per leggere altro. Sono sempre buono in primavera però e per il proemio di cui sopra penso a Prévert. Arte populista pura. Incroci con Queneau, Montand, Ricasso. La matrice è chiara, l’arte innegabile. Basta leggere tutta d’un fiato “Barbara” “”I ragazzi che si amano” “per te amore mio” per coglierne tutto lo spessore emotivo. Difficile esprimere impressioni sulla poesia. Difficile per un oceano di motivi. Eppure in Prévert si coglie l’attimo immobile del cineasta rimodellato con l’istinto puro del pittore. È come se si osservasse all’interno di una cornice l’immagine nitida e perfetta di un sentimento che appartiene però ad una sequenza più lunga. Una strana percezione, fatta di qualcosa che si rianima sulla pelle di chi legge. Le immagini proemio con cui ho aperto quest’ennesima pagina personale, in realtà sono strettamente legate a questo modello espositivo e percettivo. Impossibile entrare in Prévert senza rimanerne contagiati. Essere predisposti ad una malinconica visione dolcevitesca e montmartrina insieme è necessario. Si coglie meglio la natura astratta, perfettamente incisa nel quadro di visioni quotidiane da cui Prèvert sembra essere irretito. Si intravede così quella spolverata di blues subito ridimensionata in un’immagine di pietre e indirizzi latini, francesi, sì incredibilmente francesi. Voilà.
La raccolta in questione non tratta solo d’amore. Prevert è un innamorato dell’amore non melenso, non sdolcinato. Rientra nei margini dell’arte popolare che solo uno sceneggiatore del Teatro Operaio poteva concepire. L’arte umana di ogni giorno, chiusa a morsa tra sentimenti e descrizione. Le poesie, tutte col testo a fronte en français (voilà, ancore une fois) sono evinte dalle raccolte Paroles (1946), Spectacle (1951), La pluie et le beau temps (1955), Histoires et d’autre histoires (1963) con traduzioni di Maurizio Cucchi e Giovanni Raboni.
Un compendio soddisfacente di esempi da leggere e rileggere sulla crativa tendenza alla dissacrazione di un poeta antipoeta, rompitore di schemi e amalgamatore di mondi paralleli. La raccolta di poesie di Prevert ne indica la fusione in un solo contenitore di strada, cinema, cabaret, improvvisazione, arte dello scrivere, provocazione, temi sociali, amore. In un solo volume, più di ottanta poesie diverse per natura veicolo di una classe senza limiti e tempi. Chiuso in una copertina in bianco e nero, ma dannatamente ed eternamente colorata di parole e pensieri.
La raccolta non è niente di impegnativo. Lo scetticismo sulla traduzione della poesia straniera rimane. Ma Jacques Prèvert in casa a mio avviso è uno spazietto riservato dovuto. Poesia a parte. Anche per me che dovrei odiarlo. Fosse soltanto per cogliere quei refoli di vento primaverile, improvvisi e consueti al tempo stesso. Quelle sottili lame innocenti, tanto ombrose e dolci da sembrare quasi un tenue dolore desiderato.
Edizioni Euroclub su licenza di Guanda (che ha òubblicato tutto Prévert). Ristampa del 1995, intorno alle 18000 lire.
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carlottaroberto 21/04/2004 15:23
Ho riletto oggi la tua opinione e ho voluto valutarla di nuovo,perchè la trovo davvero eccellente.Bellissimo il tuo modo di scrivere e di accostare esempi del cinema...
marcosgatto 24/02/2004 08:40
carlottaroberto 09/01/2004 23:00
Prevert è uno dei miei poeti preferiti,complimenti per la tua recensione.
bidibibo 26/11/2003 16:16
L'unico libro di poesie che ho è di Prévert, primo regalo del mio primo fida... e io all'inizio mi ero pure un pò inc... ma poi leggendolo... meravigliose! Sono in francese con traduzione accanto (per fortuna)... so il francese ma su alcune parole ho il vuoto. Meravigliosa la coppia... lui se ne va senza dirle una parola, la bimba con i cerini... Place De La Concorde? Stasera le rileggo!!! Ho la memoria corta!!! Uffi!!! Sò tutte confuse!
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"Sottili lame innocenti, tanto ombrose e dolci da sembrare quasi un tenue dolore desiderato" Il modo giusto per leggerti, è sfogliarti a caso.