Pranzo di ferragosto (G. Di Gregorio - Italia 2008)

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Pranzo di ferragosto (G. Di Gregorio - Italia 2008)

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... "Pranzo di ferragosto" è delizioso. Magari cinque stelle potrebbero sembrare inutilmente enfatiche, e poi da troppo poco tempo ho visto "Gomorra" e "Il divo" per non distinguere la grandezza del cinema nazionale al cospetto di un dignitoso artigianato. Quindi quattro stelle piene e un bel ... Leggi l'opinione





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Nonne sull'orlo di una crisi di verbi
Una Opinione di brest su Pranzo di ferragosto (G. Di Gregorio - Italia 2008)
24.09.2008


La valutazione di questo autore:   


Vantaggi: L'idea che il cinema sia un'idea
Svantaggi: Ma che svantaggi e svantaggi .  .  .

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Roma, vigilia di ferragosto. Il tranquillo Giovanni (Gianni Di Gregorio) ha ben altri problemi che la placida mezza età di capelli brizzolati e trafile di bicchieri di vino bianco, sorbiti da solo o in compagnia delle sue conoscenze del vicinato.
Nella vecchia casa trasteverina, la madre Valeria (Valeria De Franciscis), decrepita nell'aspetto ma arzilla nell'anima e negli occhi, impersona un benessere ormai perduto imbellettando ogni mattina una ridente geografia di rughe millenarie: lei e il figlio soavemente omettono di pagare le spese condominiali pressoché da sempre, ed ecco allora il ricattino cronometrico dell'astuto amministratore dello stabile: io vi cancello le pendenze, ma voi mi tenete la mamma per un giorno, che io devo correre al mare da mia moglie.
Poco importa se poi i giorni diventano due, e il furbo omarino se ne parte invece decappottato in compagnia di una signorina non meglio identificata: il problema è che la temibile signora Marina (Marina Cacciotti) si porta dietro la non preannunciata zia Maria (Maria Calì), cultrice della pasta al forno con la crosta sopra, diversamente dall'altra neo-arrivata, la cagionevole Grazia (Grazia Cesarini Sforza), per la quale il figlio medico (<<Grazie, Gianni: sto di turno questa notte e la badante mi è tornata in Romania. Grazie, la vengo a riprendere io>>) raccomanda un complesso cocktail di pillole varie, insieme a una lista di divieti alimentari.
Valeria, Marina, Maria, Grazia: poker di nonne contro il Jack solitario che Gianni è, cavalier servente per convenienza, per amore e per forza, principe decaduto di nobildonne ancora ammantate da tutta la presunta maestà dei loro anni, che esse indossano chi con lo sfarzo di decorazioni al valore, chi con il sollievo rassegnato di una lontana parente della famosa Casalinga di Voghera.
L'uomo, inizialmente sgomento di fronte all'inattesa proliferazione di vegliarde da vegliare, tra un sorso di Vermentino e una sigaretta, decide di affrontare con le migliori intenzioni le incognite di un affollato, culinario ferragosto.

MI MANDA GARRONE
Il cinema è un'idea. Sembra una gigantesca banalità, ma è proprio alla mancanza di idee (un po' nuove, lievemente originali, appena coraggiose) che si deve il curioso e trasversale stallo del cinema contemporaneo, che ultimamente ha interessato autori diversi e lontani tra loro come George Lucas e Pupi Avati, Steven Spielberg e David Fincher, Robert Zemeckis e David Lynch (ma potrei continuare).
Gianni Di Gregorio dimostra che una sola buona idea basta e avanza a fare un film godibile, onesto, risparmiosissimo. Il cinquantenne romano, però, certo non è un nuovo arrivato, a dispetto del premio meritatamente riscosso a Venezia nella sezione 'Migliore Opera Prima': infatti, Di Gregorio collabora pressoché in pianta stabile nientemeno che con Matteo Garrone, insieme al quale ha scritto il recentissimo e folgorante "Gomorra", dopo essersi occupato di casting e aiuto-regia nei precedenti "L'imbalsamatore" (2002) e "Primo amore" (2004).
Di Gregorio, forse, gioca con lo stupore generale come fa il gatto con un piccolo gomitolo di lana, ma è certo che dal suo lavoro emana un senso preciso di genuinità e anacronistica freschezza, merito di una combinazione particolarmente felice tra autore ed interpreti.

NONNE SULL'ORLO DI UN FILM
Tuttavia, chi debutta nella regia a cinquanta primavere suonate non è nessuno di fronte alle esordienti ultraottantenni Valeria De Franciscis, Marina Cacciotti, Maria Calì e Grazia Cesarini Sforza, che inevitabilmente hanno calamitato consensi e simpatia tra pubblico e addetti ai lavori presenti al Lido: queste signore, di per se stesse, non sono né attrici consumate né dilettanti allo sbaraglio, ma solo la prova che un adeguato accostamento tra la dimensione dei caratteri (donne anziane ritratte per come realmente sono, senza praticamente filtri di natura professionale) e quella situazionale (il protagonista deve gestirle tutte assieme in una stressante coincidenza di tempi e necessità) è ampiamente bastevole a produrre la linfa di una storia da narrare al cinema.
Le quattro nonne se ne stanno, come sul bordo di un racconto che loro stesse potrebbero aver riversato sull'uditorio di amiche al mercato, o di nipotini attorno a una torta di compleanno, belle tranquille nell'affrontare questioni di una certa importanza (come disporre dell'unico televisore, dove sedersi a tavola, in che modo impanare i cefaletti che Gianni recupera la mattina di Ferragosto da un ingegnoso pescatore tiberino) o più scattanti nel soddisfacimento di improvvise paturnie (Marina la viveuse fuggitiva, Grazia la golosa notturna) e insomma chi più chi meno tutte animate dalla realistica perplessità di fondo che ognuno di noi avrebbe se una cinepresa entrasse nella sua vita: per il sublime strabismo del cinema, questo straniamento si traduce, agli occhi del pubblico, nell'imbarazzo logico e realistico di un gruppo di sconosciute costrette a convivere in un ambito ristretto ed estraneo, e obbligate a trovare, principalmente grazie all'eroismo minimalista di Gianni, una comune misura di convivenza e stabilità.
Tra un lettino d'emergenza e una tavola affollata, tra un rischioso divano serale e una sdraio su cui posare le esauste membra del Demiurgo Bevitore, il miracolo avviene, avviene davanti ai nostri occhi.

LA CRISI DI VERBI
Resistere? Subire? Patire in silenzio? O forse più semplicemente amare? Voler bene come pagare una tassa, ma farlo con curiosità e tenerezza verso esemplari di esseri umani remoti come ricordi, eppure usuali nel loro deambulare capriccioso e vago, esausto e però vitalissimo, spiazzante, comunitario.
Le donne di una volta, le madri di altre madri, le pietre miliari dalla smemorata memoria a macchie e salti, le progenitrici scaltre e ansiose di questa Italia che ora abbiamo davanti, con tutte le sue tante inutili bellezze, e le sue tantissime utilissime vergogne.
Se ci pensate bene, è quasi incredibile che nessuno, sinora, avesse osato gettare uno sguardo intatto (ovvero trasparente, sincero e temerario) dentro la vita dei vecchi, anche se il continuo confronto con la sempre più dilagante Terza Età è, indipendentemente da quello che ne possiamo pensare o da quanto ne siamo personalmente coinvolti, una delle questioni più urgenti e attuali con cui la nostra società deve fare i conti.
Non a caso la (bella) favoletta americana di "Cocoon" (Ron Howard, 1985), raccontava di una comunità di pensionati, ma per renderli narrativamente interessanti il buon ex-Richie Cunningham li tuffava in una sorta di 'fonte miracolosa' che cancellava gli attributi della vecchiaia, come se i vecchi potessero essere oggetto di cinematografia di qualità solo se avvolti dall'utopica patina di eterne giovinezze, di fantastici gusci alieni, di sogni sognati come da bambini ed eterni ragazzi.
Al contrario, Di Gregorio usa tutta l'evidenza della vecchiaia, tutto il suo ingombrante strascico di scomodità, paradossi e capricci, per farci davvero entrare in un giorno della vita di quattro donne sorpassate dal tempo e quasi disperatamente sole, ma salvate, in un giorno d'estate che poteva punirle con la più micidiale solitudine, un po' da se stesse e molto dal loro riluttante demiurgo/maggiordomo.
Che verbo uso per descrivere adeguatamente questa sottile mitezza e scaltra bravura? Il regista gira come se il suo fosse un paziente documentario (tantissima camera a spalla, piani sequenza concentrici dentro interni affollati), ma il film è innegabilmente 'scritto', ovvero sceneggiato con un suo bell'incipit, una fase di sviluppo e una di chiusura, e affida alle protagoniste anche spezzoni significativi di dialogo: benché l'autore abbia confessato di 'aver rubato' alcune delle scene che poi ha montato nell'edizione finale, è ben visibile il tracciato filante di un'avventura domestica (la sistemazione nelle stanze, le vicissitudini dei pasti, deambulanti o assisi) e urbana (la spesa, la ricerca del pesce il giorno di Ferragosto) che mantiene il sussurro colloquiale della nostra vita di tutti i giorni mentre, con la stessa voce quieta e profonda, racconta anche una dolce parabola di scoperta e umana reciproca accettazione.
Accudire? Accompagnare? Badare? Sono in crisi, non riesco a disegnare il verbo giusto per ritrarre lo spirito di questo film.
In emergenza, mi faccio aiutare anch'io, stavolta da una locuzione fraseologica: voler bene.
Non solo e/o necessariamente a tutte le vecchiette che erano delle sconosciute appena il giorno prima, ma più in generale alla vita, alle cose che accadono e che restano impresse o incise nella corteccia inconscia di noi alberi non sempreverdi.

"Pranzo di ferragosto" è delizioso. Magari cinque stelle potrebbero sembrare inutilmente enfatiche, e poi da troppo poco tempo ho visto "Gomorra" e "Il divo" per non distinguere la grandezza del cinema nazionale al cospetto di un dignitoso artigianato. Quindi quattro stelle piene e un bel 7 in pagella. Però, vorrei ribadirlo: si tratta di artigianato fine, cesellato più nell'idea di fondo che nella tecnica di realizzazione, e mosso in avanti dalla spinta genuina di un interesse alla natura delle persone, alla loro (r)esistenza e al loro comportamento legato sì all'età ma ancor più al carattere e alle circostanze.
Tutti lo dovrebbero vedere: l'ora e un quarto della sua agevolissima durata scorre lieve e senza sforzo, tanto da farci rimpiangere, all'apparire dei titoli di coda (belli e ben calibrati in un misto di allegria sbarazzina ed elegante formalismo) che non sia durato almeno un altro po'.

Appena potete, alla prima occasione che si presenterà, fate ballare una vecchia signora. Che sia vostra parente o meno.
Mentre fate il vostro giro di valzer (o polka o mazurca), guardatele gli occhi, e ditemi se non ci avrete visto, stupefatti, anche lo specchio degli uomini che siete.

SCHEDA
PRANZO DI FERRAGOSTO (Ita 2008, 75'). Regia e sceneggiatura: Gianni Di Gregorio. Soggetto: Gianni Di Gregorio, Simone Riccardini. Fotografia: Gian Enrico Bianchi. Montaggio: Marco Spoletini. Scenografia: Susanna Cascella. Costumi: Silvia Polidori. Musiche originali: Ratchev & Carratello. Con Gianni Di Gregorio, Valeria De Franciscis, Marina Cacciotti, Maria Calì, Grazia Cesarini Sforza, Alfonso Santagata, Luigi Marchetti, Marcello Ottolenghi, Petre Rosu. (Voto: 7)   

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