***AVVISO***
08/08/2004: L'opinione verrà modificata, spero in meglio, nel giro di qualche giorno. Se volete potete ritornare e darmi un parere!
Dalla lettura e l'analisi del testo si può comprendere come l'impegno documentario si accompagna ad una costante esigenza dell'autore di capire e spiegare, a se stesso prima che agli altri, i motivi di un fenomeno tanto perverso come l'antisemitismo, ma l'amara conclusione è che nulla può spiegare la tragedia dei campi di concentramento, e che forse "quanto è avvenuto" non si può comprendere, anzi, non si deve comprendere, perché comprendere è quasi giustificare.
Non si può parlare di racconto letterario, poiché l'autore non è stato mosso da ambizioni di questo tipo, bensì da una profonda necessità interiore di chiarezza; ed è proprio per questo che lo stile del testo si mantiene piuttosto sobrio. Dunque la finalità tenacemente perseguita è dunque di impedire che "quei fatti" siano archiviati.
Il racconto delle sue drammatiche esperienze assume di volta in volta un andamento diverso: quello del resoconto in cui gli avvenimenti ci vengono esposti nella loro successione cronologica; quello più aperto e disteso che procede per associazioni di memoria, in cui l'autore ci presenta la vita nel campo attraverso una serie di quadri che includono personaggi e situazioni; quello infine di tipo diaristico, adottato nelle ultime pagine, che meglio riproduce il precipitare degli eventi.
Nell'introduzione l'autore parla del bisogno incontenibile suo e di tutti i sopravvissuti ai lager nazisti, di far sapere, di testimoniare la propria esperienza affinché non venga dimenticato l'orrore dei campi di sterminio e i milioni di uomini, donne e bambini che vi hanno perso la vita.
All'introduzione segue il diario della terribile esperienza al campo di sterminio di Auschwiz, della "discesa verso il fondo", cioè l'annientamento psichico e fisico che le condizioni di vita dei lager provocarono.
Nella narrazione non c'è rancore o compatimento o ancora insistenza sui particolari orrendi della vita, se così si può definire, nei lager, come non c'è e non ci può essere perdono. C'è la semplice e limpida testimonianza di chi ha vissuto in prima persona l'orrore del genocidio, della sistematica, fredda, crudele eliminazione di esseri umani da parte di esseri umani. L'autore lancia un chiaro messaggio: ..."Meditate che questo è stato: vi raccomando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore."...
Primo Levi è morto suicida nel 1987. Il suo suicidio suscitò molto scalpore per la sua notorietà internazionale, e taluni psichiatra hanno sostenuto che Levi poteva essere salvato indagando sulle cause dei suoi conflitti. Gli argomenti di cui abbiamo discusso, cui lui non può avere ignorato, devono aver pesato sulla sua coscienza. Molto probabilmente è stato lacerato tra il dovere, come uomo di gridare al mondo tutta la verità in termini più obiettivi possibili, ed il suo dovere come ebreo di tacerla nell'interesse del suo popolo Israelita.
A mio avviso dopo la lettura del libro in questione, ci viene da pensare a come sia stato possibile tanto orrore, eppure c'è stato realmente. Ci auguriamo quindi che non ci siano mai più episodi simili nel mondo, opera di annientamento della persona umana da parte di altri uomini.
Complimenti per il tuo commento.. credo che tu abbia trasmesso al meglio quelle che possiamo o non possiamo definire "emozioni" di questo libro. Io l'ho letto qualche anno fa e leggendo tra le tue righe ho sentito il bisogno di rileggerlo.. magari con un po' più di riflessione. Grazie e ciao, Milly