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Un universo di insicurezza

4  22.10.2004

Vantaggi:
bella e vera analisi della realtà famigliare italiana contemporanea

Svantaggi:
le urla

Consiglio il prodotto: Sì 

mediamenteisterika

Su di me:

Iscritto da:22.05.2004

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CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Gabriele Muccino, Heidrun Schleef
Fotografia: Marcello Montarsi
Scenografia: Paola Bizzarri
Costumi: Gemma Mascagni
Musica: Paolo Buonvino
Montaggio: Claudio Di Mauro
Prodotto da: Domenico Procacci per Fandango
(Italia, 2003)
Durata: 136’
Distribuzione cinematografica: Medusa

PERSONAGGI E INTERPRETI

Carlo: Fabrizio Bentivoglio
Giulia: Laura Morante
Valentina: Nicoletta Romanoff
Paolo: Silvio Muccino
Alessia: Monica Bellucci
Alfredo: Gabriele Lavia


Il film inizia pochi istanti prima che suoni la sveglia di casa Ristuccia.
“Sono le 7.29. Tra un minuto si ricorderanno di essere vivi” . L’insopportabile suono tecnologico dà il via all’azione, in un tempo che fin dalle prime battute è angosciato, convulso, si attorciglia su stesso, in un mondo fatto di urla, nervosismo e insofferenza.
Mi ha sempre affascinato la regia di Muccino, incentrata sulla persona e sulla sua psicologia, una regia affascinata dalla crisi dell’individuo, ritratto soprattutto in momenti di svolta, in cui tutto può cambiare, o sta cambiando. In meglio o in peggio? Questo lo decidono, più o meno inconsciamente, i suoi personaggi, con le loro azioni e soprattutto con i loro discorsi. Sì, perché i personaggi di questo film parlano sempre molto, anche se non necessariamente fra di loro. A volte non c’è dialogo reciproco, ma le parole (sprecate?) sono sempre molte. “Ricordati di me” è incentrato come al solito sulla crisi, ma questa, mentre negli altri due film di Muccino riguardava il singolo (“Come te nessuno mai”) e la coppia (“L’ultimo bacio”), ora si estende a comprendere la totalità della famiglia, anche se in tutti e tre i film sono presenti le diverse generazioni, sempre in opposizione tra di loro.
L’intera famiglia Ristuccia si caratterizza per l’ insicurezza della quale è vittima ognuno dei suoi componenti. Tutti e quattro sono insoddisfatti, frustrati per la distanza che intercorre tra i loro sogni e la realtà nella quale invece vivono: Giulia, la madre, impersonata da Laura Morante, è un’insegnante (ma avrebbe voluto fare l’attrice di teatro), in crisi col marito e con se stessa (“ Nella vita aveva fatto tutto quello che una donna della sua età poteva fare, tranne quello che veramente desiderava”), e alterna momenti di aggressività isterica a momenti di fragilità estrema. Carlo, il padre (Fabrizio Bentivoglio), è un uomo passivo, insoddisfatto del proprio lavoro, della moglie, con un sogno nel cassetto: un libro che non ha mai finito. Valentina, la figlia diciassettenne (Nicoletta Romanoff), inseguendo il modello di vita e i “valori” che vede esibiti ogni giorno nei programmi televisivi, vuole entrare a tutti i costi in quel mondo, convinta che questo darà un senso alla sua vita (“Io non voglio vivere inutilmente come tutte le persone che mi stanno attorno, è chiaro?”), mentre Paolo, il figlio (Silvio Muccino), alle soglie dei suoi diciannove anni è convinto di non aver fatto nulla di importante nella sua vita, e per questo si sente solo, insicuro e non amato, certo che “vivesse o non fosse mai nato, che ci fosse o non ci fosse, per tutte quelle persone era la stessa identica cosa.”
Sono individui estremamente fragili e, proprio per questo, a volte aggressivi. Le donne appaiono più decise e aggressive, e alla fine sono quelle che si realizzano, mentre gli uomini sono più fragili, più insicuri e vili. Paolo chiede alla sorella cosa pensa di lui, e lei gli sputa in faccia tutta la sua cattiveria: “Penso che sei anonimo e inespressivo. Quando parli sembra che hai uno strofinaccio in bocca e non si capisce cosa dici, non ti lavi e ti vesti da sfigato di sinistra mentre il mondo va tutto da un’altra parte”.
La società rappresentata nel film è plasmata sui “valori” di una tv mediocre, volgare, che fa parte della vita dei personaggi e alla quale loro non fanno neanche più caso: è una televisione costantemente accesa, a riempire il silenzio comunicativo, e che si intromette nei rari momenti in cui i personaggi “cercano” di comunicare (“E spegni questa tv quando ti parlo!”).
In tutti e quattro i protagonisti c’è una voglia di cambiamento che si concretizza in un desiderio di fuga, celato o meno. Tutti vogliono cambiare qualcosa di sé che non amano, sfidando se stessi e mostrandosi agli altri. (“ Io mi sono rotto di tenere la maschera del perdente, vi faccio vedere io quanto valgo”). La paura di ognuno è di scomparire: per questo cercano in tutti i modi di mostrare la propria immagine agli altri, apparendo così individualisti e concentrati su loro stessi. Tutti vogliono essere qualcuno, e alcuni sono convinti di ottenere tutto con il minimo sforzo, soprattutto Valentina, che incarna col suo personaggio una fetta di società vista con occhio severo, quasi spietato ma purtroppo vero. Lo stesso cognome, Ristuccia, evocando qualcosa di piccolo, di qualcosa che resta (richiamando tra l’altro il titolo del libro di Carlo, “Quello che resta”) mi sembra significativo nel mostrare la poca larghezza di vedute dei membri della famiglia, ognuno impegnato a perseguire il proprio obiettivo senza tenere conto degli altri.
La famiglia è una gabbia, una trappola nella quale vengono frustrate le aspirazioni di ogni membro, in cui vengono tarpate le ali in nome dei doveri familiari. La famiglia è un mondo chiuso, morto, immobile, mentre il mondo esterno è quello nel quale ci si può realizzare, dal quale possono venire le uniche gratificazioni, nel quale le aspirazioni possono prendere il volo.
Ognuno cerca di uscire dalla morsa soffocante della famiglia: Carlo, ad una rimpatriata di vecchi amici, rincontra un suo vecchio amore: Alessia (Monica Bellucci), che risveglia in lui quella passione che credeva di non poter più provare. Per la prima volta dall’inizio del film lo vediamo sorridere, con la luce negli occhi, con in sottofondo Lucio Dalla che canta “Marco stessa vita, sempre quella… Marco che vorrebbe andar via...”. Alessia alla fine è l’unico personaggio veramente positivo, perché è l’unica ad accettare il prezzo delle sue scelte e perciò è l’unica davvero libera. E’ una dei pochi personaggi del film disposta ad ascoltare, e forse è proprio per questo che appare così diversa, disposta a seguire l’amore a discapito di una vita “normale” e apparentemente soddisfacente.
Giulia cerca di riscattarsi con uno spettacolo teatrale nel quale le viene offerta una parte, e attraverso un percorso fatto di insicurezze e di ripensamenti, decide di farne la sua “ancora” di salvezza, per sfuggire appunto a questa temibile “mediocrità”. Paolo deve misurarsi con le delusioni di un amore non corrisposto, sentendosi sempre più solo e deluso dalla vita e dalle persone che gli stanno attorno, persino dal suo migliore amico, che non gli da più di tanto retta quando lui gli dice che vuole fare una “una festa che ci ricordiamo per tutta la vita”.
Valentina fa provini, cerca gli “agganci giusti” per la televisione, e infine, dopo essere passata dal letto di un personaggio famoso all’altro, realizza il suo sogno di diventare una valletta della televisione. Carlo, da una situazione di passività, si lancia in una iper-attività quasi choccante: si licenzia, decide di vivere il suo amore con Alessia lasciando perdere tutto il resto, ed è solo il caso (Carlo viene investito da una macchina) ad interrompere il climax ascendente della crisi familiare, riunendo la famiglia intorno al suo letto. Tutto questo a che prezzo? Al prezzo di fare finta di niente, di chiudere gli occhi, di non guardarla più in faccia questa mediocrità dalla quale pensano di essere usciti ma nella quale invece sono totalmente immersi, ormai. La regia mette a confronto i quattro personaggi alle prese con la loro “prova” personale: la prima puntata televisiva di Valentina, la “prima” dello spettacolo in cui recita Giulia, la maturità di Paolo, la “guarigione” di Carlo. Sembra tutto sanato, ma è solo una parvenza di normalità. Valentina, per arrivare dove è arrivata, ha dovuto andare a letto con il conduttore del programma, Giulia ha dovuto mascherare la fine del suo matrimonio e cercare di dimenticare il tradimento del marito, Carlo ha dovuto rinunciare all’idillio con Alessia, Paolo ha dovuto rinunciare alla ragazza di cui era innamorato.
Nonostante tutto la famiglia resta un appiglio al quale attaccarsi quando le cose si mettono male.

I nomi dei due genitori sono gli stessi dei due protagonisti della coppia Accorsi - Mezzogiorno de “L’ultimo bacio”, un po’ per una “questione affettiva”, come spiega Muccino, ma anche per creare una continuità tra la storia di Carlo e Giulia vent’anni prima e vent’anni dopo. Sono sempre persone egoiste, che non hanno dialogo, ripiegate su loro stesse, che si guardano allo specchio ossessivamente, alla ricerca di conferme. Nessuno di loro ama se stesso(“Se tu non credi in te stesso, come puoi pretendere che gli altri ci credano?”) perché non è amato dagli altri.
Il fatto di ascoltare una voce narrante che introduce la storia ci dà subito un’impressione straniante, ci fa entrare in un’atmosfera diversa dalla maggior parte dei film che siamo abituati a vedere. Io personalmente vi ho trovato un’immediata somiglianza con “Il magico mondo di Amélie”, dove però la voce narrante è molto più invadente e guida molto di più il racconto, così come è molto diversa l’atmosfera. L’intenzione che colgo nell’inserire una voce narrante è quella di tuffare, immergere lo spettatore in un mondo velato di favola, un po’ per far vedere che quella raccontata è una favola al contrario, nel senso che non è una favola con un classico lieto fine (anche se il finale sa tanto di “fiaba”), un po’ per le illusioni che costellano l’intero film: i protagonisti vogliono vivere un mondo, una vita “da favola”. E, se vogliamo, anche un po’ per dare l’illusione ( e la debole rassicurazione) allo spettatore che quello che vede è solo una favola, è qualcosa d’inventato.

Pochi minuti prima della fine del film Valentina torna a casa, ormai immersa nel suo ruolo di diva della televisione, e va in camera del padre a salutarlo. Lui ha in mano delle carte, lei gli chiede cosa legga, e lui risponde:”Qualcosa che ho scritto tempo fa.” E la figlia, immersa ormai nella più totale mediocrità, avvolta da piume e volants, con un sorriso prestampato dice l’ennesima banalità: “Il solito romanticone, eh?” ed esce a raggiungere il resto della famiglia, a tragica conferma del fatto che non ci sia comprensione tra i personaggi di questo film, e non ci sia nemmeno la volontà di ascoltare l’altro, di dedicargli più di un momento di attenzione con la a maiuscola. Quello che troviamo nel film in maniera più evidente è questa mancanza di comunicazione, e i singoli riflettono le caratteristiche della società in cui sono immersi: egoista, vanitosa e superficiale. E’ la mancanza di attenzione a farli diventare così: quando gli altri non ti danno attenzione, allora finisci inevitabilmente per concentrarti su te stesso, cercarti in uno specchio che ti rimanda un’immagine che non ti basta mai. La famiglia è un contenitore claustrofobico, blindato, chiuso, all’interno del quale siamo costretti a confrontarci con noi stessi e con gli altri, e dove siamo più a contatto con la verità e la menzogna.
Paolo cerca un dialogo col padre:”Ma tu com’eri alla mia età?” e il padre:”Io e tua madre ci stiamo lasciando”. C’è egoismo che sprizza da tutti i pori, in questi personaggi. Ognuno pensa ai propri problemi . Forse Paolo è la figura meno egoista. Il padre mente al figlio quando questo gli chiede se ha un’amante, per non dargli un’ulteriore delusione, ma queste bugie impediscono la comunicazione genitori-figli.
C’è una continua ricerca di conferme (“Che cosa pensi di me?”, “Come mi si vede dall’esterno?”) e una serie infinita di dis-conferme da parte di chi dovrebbe starci più vicino, perciò si instaura un dialogo con uno specchio che rimanda un’immagine che non viene accettata. Tutti i personaggi hanno un rapporto difficile con lo specchio (e la propria immagine). Questo viene preannunciato allo spettatore già dalle prime inquadrature di casa Ristuccia, tappezzata di specchi, in corridoio, in bagno, in camera. La camera di Valentina è piena di specchi, e non a caso sulla parete comune delle camere di Paolo e di Valentina si trova dalla parte di lei uno specchio che più volte si trova a riflettere la sua immagine, e dalla parte di lui un poster di un’isola immersa nel mare, che ci sottolinea ancora una volta il desiderio di fuga. C’è la voglia di mettersi alla prova, e la maggior parte delle telefonate si svolgono davanti allo specchio, come a voler dimostrare a se stessi che si vale qualcosa, come fosse una sfida con se stessi. (“Devi credere in te stesso, devi credere in te stesso…”).
Lo specchio può anche essere una specie di alter ego (come la parte di Giulia nello spettacolo), e in alcune inquadrature l’immagine riflessa nello specchio sembra parlare direttamente allo spettatore, quasi a dirgli: “Potresti essere tu”.
“Ricordati di me”, è la preghiera che i personaggi di Muccino invocano con gli occhi imploranti e il cuore bisognoso di uno sguardo che si posi su di loro. Che si ricordi di loro.
Il film contiene un’esplicita critica nei confronti del mondo della televisione, visto come un mondo corrotto, in cui chiunque voglia farne parte è pronto a vendersi in ogni modo, convinto che dietro lo schermo si possa essere migliori, eccezionali, “un mito”, come dice Valentina al suo primo provino.
In realtà, come dice Muccino, la televisione è il trionfo della mediocrità, la caduta del buon gusto, la vittoria del vuoto. (“Siamo il simulacro di una civiltà piccolo borghese ipocrita e arrivista. Tutto questo disperato bisogno di apparire senza essere. Guarda là: protagonisti scattanti di una società consapevole della propria superficialità. A te va bene così? A me no.” )


Nell’ultima sequenza, quella del brindisi e della foto di gruppo, tutti sorridono, tutti pensano (o fingono) di aver trovato finalmente un universo appagante, la loro fetta di felicità. Solo Carlo, il padre, non sorride del tutto: storce l’angolo della bocca, solo dopo che gli altri tre componenti della famiglia lo esortano al sorriso. E’ questo mezzo sorriso che ci ricorda che la felicità non è quella, che in realtà è solo un universo di finta felicità. Non ci sono vincenti in questa storia, ma solo persone vittime delle illusioni che la società ha regalato loro. Chi è riuscito a realizzarsi all’esterno della famiglia si sente appagato, felice. Carlo invece in seguito all’incidente ha dovuto soffocare il suo desiderio di fuga , che comunque è ancora presente (durante le compere di Natale, Carlo rincontra Alessia e in seguito la chiamerà ancora con la promessa di rivedersi ). Il passaggio dal mondo ordinario a quello straordinario è continuo: inizia fin dalle prime scene, sia dalle azioni che dai pensieri dei personaggi. C’è una continua alternanza tra mondo reale e mondo delle illusioni, anche se alla fine i personaggi scelgono di vivere nel secondo mondo mascherandolo sotto forma di realtà.
Per quanto riguarda la colonna sonora, voglio citare “Il faraone” di Pacifico, che accompagna la “fuga” liberatoria di Paolo in motorino, e che si riferisce in tutto e per tutto a lui: anche Paolo, come il protagonista della canzone, “… non sa cosa dire, si mangia le parole…”, e la frase “…quanto è lungo questo treno, il vagone è troppo pieno, non puoi prevedere quando deraglierà, non lo puoi fermare prende velocità…” esplicita le paure di Paolo di andare incontro a questa vita che lo travolge senza che lui possa assumerne il controllo, ed ecco la soluzione: “…diventare una celebrità mi consolerà…”.
La canzone dei titoli di coda, “Almeno tu nell’universo” cantata dalla voce struggente e timida di Elisa che reinterpreta Mia Martini, suggella il film in maniera superba. “L’amore è l’unica cosa che può far sentire i miei personaggi meno soli in questo universo…” (Muccino).

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Commenti su questa Opinione
subba

subba

27.10.2004 16:00

un pò troppo pessimista però...come l'ultimo bacio d'altronde...

ciacci

ciacci

23.10.2004 13:11

non c'è nulla da dire!!!un'opinione eccellente, perfetta, completa...complimenti!!!hai scandagliato tutto nei minimi particolari!! io adoro i film di Muccino!mi piace quando ti lasciano l'amaro in bocca e alla fine non puoifare a meno di fermarti a riflettere!!

xxspettroxx

xxspettroxx

22.10.2004 19:47

recensione superba....eccellente per forza...anche se odio muccino...hai un taglio da critica cinematografica...non è che scrivi già da qualche parte?

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