River - Bruce Springsteen

River - Bruce Springsteen

Registrazione: Studio - 1, 2 CD - Casa Discografica: Columbia - Distributore: F-Minor; SRD; Sony Music/Arvato Services, Sony Music/Arvato Services - Data di Pubblicazione: 05/05/2003 - EAN: 5099751130222 continua

Valutazione complessiva River - Bruce Springsteen 3 opinioni | Scrivi un'Opinione | Poni una domanda | Aggiungi questo prodotto alla lista

Riassunto delle puntate precedenti. Esordio e secondo album di Bruce Springsteen, provocano ben poco interesse, nonostante le qualità innegabili dell’autore. Il terzo lavoro, “Born to run”, è il punto di partenza di una carriera già sul punto di terminare. I guai legali con l’ex amico Mike ... Leggi l'opinione





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Un fiume di rock'n'roll che non si seccherà mai
Una Opinione di caio_g su River - Bruce Springsteen
19.04.2004


La valutazione di questo autore:   

Qualità dei testi  
Qualità della musica  

Vantaggi: Un doppio piacere rock'n'roll
Svantaggi: Alcune canzoni "normali"

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Opinione completa

Riassunto delle puntate precedenti. Esordio e secondo album di Bruce Springsteen, provocano ben poco interesse, nonostante le qualità innegabili dell’autore. Il terzo lavoro, “Born to run”, è il punto di partenza di una carriera già sul punto di terminare. I guai legali con l’ex amico Mike Appel e il fantastico “Darkness on the edge of town”, sono ormai alle spalle.

Per l’iperprolifico Bruce è tempo di dare alle stampe un doppio album di studio, un lavoro verso il quale il sottoscritto prova sentimenti contrastanti. Nulla potrà togliere a “The river” le cinque stelle che merita ampiamente (sono anche poche, a dir la verità), ma una critica benigna se lo merita e cercherò di spiegarne i motivi.

Le “dolorose” canzoni di “Darkness on the edge of town”, sembrano porre la parola fine a un periodo davvero difficile per Bruce. Il trionfo della tournèe successiva, consacra ancor di più le attitudini concertistiche dell’ensemble, entrando nella storia del rock come uno dei più incredibili vagoni musicali di sempre. La testimonianza più famosa (siamo sempre a livello bootleg, intendiamoci) arriva da un titolo famosissimo per i fans, “Live in the Promised Land”, registrato al Winterland di San Francisco, un triplo che, ahimè, non ha mai incocciato le mie mani.

Le canzoni dell’album da comporre in studio, nascono già durante il tour, ma non solo. Gli aneddoti si sprecano in questo caso; uno di questi dice che i compagni della E-Street Band, quando il disco era già in lavorazione, vedevano giungere Bruce allo studio, ogni giorno, con tre, quattro, cinque nuove canzoni. Qualcuno dice che alla fine il nuovo lavoro poteva essere tranquillamente un decuplo (si parlava di un centinaio di canzoni). Scegliere venti canzoni da un malloppo simile, potrebbe non essere difficile, non si trattasse di un musicista e compositore in stato di grazia, probabilmente nel suo miglior periodo in assoluto (parlo del periodo che va da “Darkness…” a “Nebraska”). Il guaio è che molte delle canzoni “scartate” (aaarrrrghhhh!) sono tra le migliori che il Boss abbia scritto e che, invece, del doppio poi pubblicato facciano parte alcuni pezzi “normali” (che non arrivano a essere mediocri, comunque). È la critica di cui parlavo qui sopra.

Nessuno può contestare, men che meno il sottoscritto, la scelta finale di un artista riguardo al proprio lavoro. Un disco, per un tizio come Bruce, nasce come un lavoro completo, unico, con una sua logica, non come assemblaggio di pezzi. Questa rivendicazione, ripetuta spesso dal musicista di Freehold di fronte alle critiche, spiega la scelta sui pezzi da includere, mai contestati aspramente come nel caso di “The river”. Contestazione perfettamente comprensibile di fronte alle meraviglie rimaste nel cassetto, per le quali chiamo come rappresentante un solo pezzo, per non annoiare a dismisura i lettori.

L’incidente alla centrale nucleare di Three Mile Island, il 28 marzo 1979, provoca un’ondata di proteste e di contestazioni da parte delle associazioni ambientaliste sulla scarsa sicurezza degli impianti; alle associazioni si aggrega un gruppo di musicisti che darà vita a un happening di cinque giorni al Madison Square Garden di New York. Tra gli altri, anche Bruce e la sua band, a detta di tutti i presenti, il momento più elettrizzante di tutta la manifestazione (secondo alcuni, anche l’unico). Ispirato dall’incidente e dal concerto, Bruce scrive “Roulette”, una canzone straordinaria, tra le più dure liricamente e musicalmente mai composte dalla sua penna e dal suo plettro. L’antologia del 1998, “Tracks”, ha dato la possibilità anche ai non invasati (come il qui presente di un ventennio or sono) di ascoltare una testimonianza irrinunciabile di questo piccolo/grande uomo del nostro tempo.

UN FIUME DI CANZONI…

Dopo la produzione piena, con accenni metallici, del disco precedente, “The river” si presenta fin dall’attacco della prima canzone come un disco squillante, fresco, registrato e suonato magnificamente (su quest’ultimo aspetto i dubbi erano davvero pochi). Quattro facciate di rock’n’roll e ballate che riconciliano con il piacere dell’ascolto. A dispetto delle dichiarazioni sull’unità del lavoro, “The river” non sembra seguire una qualche logica direzionale a livello lirico, anche se si nota una fiducia e una generale pacatezza nei toni, indice di tranquillità esistenziale, senza alcun dubbio; a parte il finale… Ne riparleremo.

CHITARRE…

La produzione vede affiancati Jon Landau, lo stesso Bruce e “Miami” Steve Van Zandt, elemento ormai indispensabile nell’economia dell’intero gruppo (“È l’album dove l’influenza di Steven si sente maggiormente”, parola di Jon Landau).
La prima facciata si apre con “The ties that bind”, una canzone spugna (o cancellino da lavagna) che sembra voler spazzare via le tossine del passato. Un’esplosione ritmica iniziale, le chitarre che viaggiano liquide e la voce rilassata di Bruce che parla di “legami che non si possono spezzare” in un ritornello contagioso.
“Sherry darling” è una divertente canzone dall’atmosfera anni ’50, zeppa di cori ubriacanti, ma che non entusiasma di sicuro. Uno dei pezzi che chi scrive avrebbe lasciato nel cassetto per fare spazio a ben altro.
Il momento leggero viene dimenticato all’istante con l’ascolto di uno dei capolavori del doppio, “Jackson Cage”, canzone geniale fin dall’ambiguità del titolo: non è della prigione di Jackson che si parla, ma della città di Jackson vista come una prigione. Su un tappeto musicale medio-rock, che non potrei definire che springsteeniano, Bruce innesta una storia che riporta alle atmosfere di “Darkness on the edge of town”, il disco dove la realtà stava prendendo il sopravvento sui sogni di fuga. È ancora l’ineluttabilità del destino che fuoriesce dalle parole di quest’uomo segnato dall’educazione cattolica (Bruce nasce da padre irlandese e madre di origini italiane):

“Giù nella Jackson Cage/
puoi provare con tutte le tue forze/
ma ti viene rammentato ogni notte/
che sei stato giudicato e ti è stata data la vita”.

Il peccato che portiamo dentro dalla nascita, come ci viene insegnato da bambini, è come la prigione di Jackson, un destino al quale è impossibile sfuggire:

“Mi chiedo quanto valga la pena, per me e per te/
attendere qualche raggio di sole/
senza sapere se quel giorno arriverà”.

Forte e dura come pochi altri brani del doppio.

La speranza rinasce pensando che “due cuori sono meglio di uno”. “Two hearts” è un brano energico e incontenibile, racchiudibile in quella frase del ritornello. È il raggio di sole auspicato in “Jackson Cage”.
Al termine della prima facciata giunge una delle canzoni più famose del Boss, la canzone della riconciliazione col padre, l’uomo con cui Bruce ha sempre avuto contrasti insanabili. La conciliazione arriva in una canzone dedicata (è la seconda volta, dopo “4th of July, Asbury Park (Sandy)”) alla festa dell’Indipendenza statunitense. “Independence day” racchiude sotto forma di ballata (la prima del disco, dopo quattro rock scatenati) un testo di straordinaria intensità, una dedica di forza emotiva e struggente al padre, dopo i litigi, le incomprensioni, le distanze incolmabili. La realtà e il passato non si possono cambiare:

“Niente di ciò che possiamo dire potrà cambiare qualcosa”,

ma la comprensione delle cose può far avvicinare per la prima volta:

“Non c’era nessuna possibilità che questa casa ci tenesse entrambi/
immagino fossimo fatti troppo allo stesso modo”.

Il passo successivo può essere il più difficile di una vita, ma niente c’impedisce di provarci:

“Papà adesso capisco le cose che volevi e non riuscivi a dire”.

Emozione pura, musica e testo.

ROCK’N’ROLL…

La seconda facciata si apre con il primo singolo di successo in assoluto di Bruce, “Hungry heart”, canzone da coro negli stadi, divertente e spensierata. Una delle mie fonti dice che la canzone fu scritta per essere regalata ai Ramones (a quei tempi impegolati con la passione per il Wall of Sound del famoso produttore anni ’60 Phil Spector). È una delle caratteristiche del Bruce di quegli anni: regalare canzoni a destra e a manca. Scusate la digressione, ma mi torna alla mente un aneddoto.

Bruce promise una canzone a Dave Edmunds, eccelso musicista e produttore inglese. I due si videro in un’occasione e Edmunds chiese a Bruce che fine avesse fatto quella promessa. Bruce ci pensò per un attimo, disse all’inglese di aspettarlo per un quarto d’ora e poi ritornò con la canzone scritta in quel frangente temporale. Una gran bella canzone, per la cronaca.

“Out in the street” vale per il classico piglio alla Bruce, il controcanto di “Miami” e l’allegria che si respira nel pezzo. “Crush on you” è ancora più dura e scatenata, quasi hard rock, ma sopravvive per pochi attimi nei pensieri (altro pezzo facilmente scartabile in luogo di altri).
Con “You can look (but you better not touch)” il discorso è molto simile, ma in questo caso siamo in presenza di un pezzo dall’alto tasso ironico (leggete il titolo e pensate al ragazzo in auto con la propria ragazza, scoperto dal padre di lei: puoi guardare, ma non toccare). La canzone ha conosciuto anche una versione rockabilly.
Finale di facciata affidato a due ballate, la prima pacata e distensiva, dopo il diluvio rock’n’roll delle prime quattro canzoni, la seconda semplicemente uno dei massimi capolavori del Boss.

“I wanna marry you” riflette in pieno il cambiamento in atto in Springsteen, trentunenne alle prese con la maturità che, volente o nolente, giunge sul filo dei calendari che finiscono nella spazzatura anno dopo anno. Fuga o non fuga, viene il momento delle cose serie, dei piedi per terra:

“Tesoro, non voglio tarparti le ali”,

canta Bruce, ma viene il momento inevitabile della responsabilità, senza pensare all’amore delle favole:

“Dire che avvererò tutti i tuoi sogni sarebbe sbagliato/
ma forse potrò aiutarli a muoversi lungo il percorso”.

Non è una resa assoluta alla concretezza, ma un compromesso che solo la maturità può suggerire.

Sulle note di un’armonica, parte il pezzo che chiude la prima parte, il primo disco di “The river”, con la canzone che dà il titolo all’intero lavoro: un capolavoro assoluto.

Un bootleg di quegli anni, a quanto mi dicono, commentava ad una ad una tutte le canzoni. Questo riguardava “The river”: “Bruce considera questa la sua miglior canzone. Molti fans sono d’accordo”.

“The river” è una delle canzoni cinematografiche di Bruce, una costruzione virtuale di una realtà assoluta, un film che nessuno ha mai visto e che tutti hanno ben presente.
Il personaggio è cantato in prima persona da Bruce, un ragazzo educato per fare quello che ha fatto il padre, come da tradizione nella sua valle. Lei è Mary, conosciuta al liceo, protagonista dei pensieri e dei sensi e con lei si correva giù al fiume per tuffarsi nell’acqua. Al compimento dei 19 anni, Mary riceve un concepimento, lui un libretto del lavoro, entrambi una cerimonia davanti al sindaco, due parole, nessun fiore d’arancio e nessun festeggiamento; solamente una corsa verso il fiume quella stessa notte e un bagno purificatore che non potrà lavare il futuro.
La fabbrica chiude, Mary non ricorda più le cose che li avevano uniti. Lui, ormai disoccupato, ricorda ancor meno:

“Adesso questi ricordi ritornano per perseguitarmi/
mi ossessionano come una maledizione/
Un sogno che non si avvera è una menzogna”.

Resta il fiume dei lavacri, ma il fiume ormai è secco.

Signore, signori: una canzone da groppo in gola.

LA MATURITÀ

Il secondo disco si apre con un altro colpo al cuore, una delle più intense ballate della carriera di Bruce, con un pianoforte indimenticabile di “Professor” Roy Bittan. La nuova fase annega l’autore in un marasma difficilmente districabile. Il rock’n’roll è una forza della natura, ma quando i ritmi si placano si fanno avanti i fantasmi delle situazioni senza via d’uscita, quelle situazioni della vita di tutti i “normali” che Bruce ha sicuramente lasciato alle spalle, ma che, nello stesso tempo, hanno fatto parte del suo passato. “Point blank” è una meraviglia crepuscolare difficilmente descrivibile.

In un terzo lato dall’alta concentrazione di ballate, il rock’n’roll è affidato a due pezzi quasi irresistibili da questo punto di vista. “Cadillac Ranch” è un altro ritorno agli anni ’50, dove a farla da padroni sono una chitarra di puro Chuck Berry style e le tastiere di Danny Federici. “I’m a rocker” è una dichiarazione d’intenti, durissima musicalmente e con la voce di Bruce quasi incazzata.

“Fade away” è la ballata meno affascinante di un doppio che, da questo punto di vista, regala unicamente meraviglie sonore. Anche la storia di un amore finito è meno ficcante del consueto (altro brano da inserire nei papabili da eliminare).

Conclusione di facciata affidata a “Stolen car”, un esperimento musicalmente minimale e dal testo che rimanda alle storie di amore e malavita dei bassifondi del passato. In un mio bootleg (fantastico!) e nel solito “Tracks”, è possibile ascoltare una versione più veloce e più suonata (in “Tracks” ha lo stesso titolo, mentre nel bootleg compare come “Son you may kiss the bride”).

IL BUIO E LA NOTTE

La quarta e ultima facciata è introdotta dal rock’n’roll più scatenato dell’intero lavoro: “Ramrod”, specialmente dal vivo (a Milano fu devastante), è un brano incontenibile e contagioso.

A chiudere tre ballate, una più bella dell’altra.
“The price you pay” è una ballata veloce dal testo splendido, una canzone che ha influenzato fior di musicisti (faccio il nome di Steve Earle come esempio “alto”); è il brano che sembra chiudere definitivamente con il passato, con i sogni, con la terra promessa di “Darkness…”. Sembra la fine della fuga del Bruce “nato per correre”, perché ovunque finirà quella fuga, inizierà il deserto:

“Sono venuti così da lontano e hanno aspettato così a lungo/
solo per finire imprigionati in un sogno dove ogni cosa va per il verso sbagliato/
dove il buio della notte tiene indietro la luce del giorno”.

Le certezze e la felicità devono essere cercate da qualche altra parte: le fughe sono finite.

“Drive all night” è un lunghissimo brano nato da improvvisazioni concertistiche sul tema di “Backstreets”, durante il tour del 1978. Nota come “Sad eyes”, la canzone ha preso questa forma definitiva per “The river”. È una canzone d’amore intensissima, alla quale Bruce offre una prestazione vocale da brividi, soprattutto nel finale dilatato.

“The river” si chiude con le immagini di morte di “Wreck on the highway”. Un disco così fresco, così rock’n’rollistico e nonostante alcuni momenti contraddittori, sostanzialmente positivo, lascia la parola fine all’angoscia e alla paura, ancora nel segno già delineato della maturità. Non è una storia di amore e di asfalto, di fughe e gare in automobile, ma un semplice racconto di un ritorno a casa alla fine di un viaggio di lavoro (non ci sono più le fughe e i sogni, ma i viaggi di lavoro) e dopo la visione di un incidente autostradale, dei rottami, del sangue, dei morti: il pensiero, una volta a letto accanto alla propria compagna, vola verso il poliziotto che busserà ad una porta per dare la notizia e l’angoscia ti avvolge:

“A volte rimango seduto nell’oscurità/
e guardo la mia piccola mentre dorme/
poi mi arrampico sul letto e la stringo forte/
rimango lì sveglio nel mezzo della notte/
a pensare a quell’incidente sull’autostrada”.

Una visione funerea che si distacca dal resto del lavoro e che si aggancia al futuro “Nebraska” in maniera inscindibile. Una canzone che taglia i ponti con il passato ancor di più che nel caso di “The price you pay”. È un nuovo Bruce quello che ci accompagnerà negli anni ’80.

“Mentre lavoravo a “The river” cercavo di accettare il fatto che il mondo è un paradosso e che l’unica cosa da fare con un paradosso è abituarsi a conviverci”.
Bruce Springsteen.

Caio


   
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Nebraska - Bruce Springsteen

Caratteristiche tecniche

Titolo: River

Artista / Gruppo: Bruce Springsteen

Genere: Rock/Pop

Data di uscita: 05/05/2003

Anno di pubblicazione: 1980

Casa discografica: Columbia

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