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Vantaggi Approfondire un argomento particolare del teatro shakespeariano
Svantaggi Essendo una relazione scolastica, può apparire noiosa
Dettagli
| l'opera | interessante |
|---|---|
| lo stile | efficace |
Questa opinione è la mia relazione per l'esame di Storia del Teatro Inglese, riveduta e corretta. Ho dovuto eliminare alcuni esempi, visto la lunghezza; ho lasciato solo i tre casi più significativi: Touchstone in "Come vi piace" e Feste in "La dodicesima notte", i due migliori fool di Shakespeare, e il Fool in "Re Lear", che rappresenta la morte del personaggio.
LA FOLLIA NELLA STORIA DEL TEATROIL FOLLE SULLA SCENA
Il fool è il personaggio che vive nella finzione teatrale commentandola, esprimendo, come faceva il giullare medievale, le paure e le angosce umane e cambiandole in scherzi e battute. Il folle della scena elisabettiana (soprattutto delle opere di Shakespeare) è il “court-fool”, il buffone di corte. Ma chi è questo “court-fool”? Nasceva probabilmente dall'incontro tra il “jester”, il buffone propriamente detto, che intratteneva il signore, e il “ministerial”, il menestrello. Veniva scelto perché affetto da turbe psichiche e portatore di deformità fisiche, i cosiddetti “fools naturall”; in seguito nacquero anche i “fools artificiall”, coloro che fingevano d'avere malattie mentali per ottenere l'incarico di buffone di corte. Il fool non è attore, nel senso che non sale su un palco e recita un copione: l'unico elemento di collegamento è che il fool imita e riproduce, finge d'essere qualcun altro. Egli si guadagna da vivere con le sue facezie e la sua (falsa) ingenuità. Ottiene così il suo costume (che unisce i segni dell'asino e del maiale, animali associati ai peccati d'accidia e gola) e la libertà di parola.
Con la morte di Carlo I (il re ucciso dal popolo durante la Rivoluzione Inglese) avvenuta nel 1649, la figura del fool entra in crisi: non stupisce che Shakespeare abbia deciso di rivitalizzare questo personaggio. Egli rappresentava quella crisi epocale, sociale, economica che interessò l'Inghilterra tra il '500 e il '600: il fool era l'emblema della non-appartenenza e dell'infrazione. Altra sua caratteristica, che permette a Shakespeare di utilizzarlo sia nelle commedie sia nelle tragedie, è la sua polivalenza: egli partecipa all'azione, ma, allo stesso tempo, la commenta rimanendone estraneo come se facesse parte del pubblico. Il drammaturgo, sempre attento alle componenti metateatrali delle sue opere, lo usa per commentare gli intrighi e le azioni sceniche.
Nasce con Shakespeare lo “stage-fool”, forma teatrale del “court-fool”, la persona reale. Ma lo “stage-fool” è interpretato da “fool” professionisti: Richard Tarlton, William Kemp, Robert Armin; essi recitano, quindi, se stessi. Altra complicazione: il “fool” recita anche nella vita, simulando la loro stoltezza, perciò è difficile distinguere tra finzione e realtà. Per concludere possiamo affermare che il “fool” è, è quello che sembra, recita quel che è.
TOUCHSTONE IN “COME VI PIACE”
Touchstone non è un semplice fool, ma un “court-fool”, un buffone di corte:
ROSALINDA: Senti un poco, cugina, e se cercassimo di rubare alla corte di tuo padre il suo buffone matto? Non sarebbe un conforto durante il nostro viaggio?
Da ciò notiamo: la sua non funzionalità nel mondo fittizio (egli viene portato come divertimento); la sua dipendenza dal signore (è proprietà della corte); la sua non intenzionalità (egli viene portato via, non decide di andarsene); la sua (relativa) indipendenza.
Touchstone è, inoltre, il primo vero fool dell’opera shakespeariana (creato probabilmente per Robert Armin). Egli interviene in tutta la commedia, tutti i personaggi sono destinati a confrontarsi con lui.
La sua prima apparizione è all’atto I (scena 2), nel dialogo con Rosalind e Celia. Le due ragazze lo definiscono “natural” e ne spiegano il nome, anche se non lo chiamano mai. In seguito da prova della sua bravura nel linguaggio, quando afferma: “È proprio vero che gli uomini diventano ogni giorno più saggi. È la prima volta che sento che spezzar costole è un divertimento per signore”, intendendo probabilmente riferirsi al suo precedente gioco “wise/fool” fatto con le due ragazze: “Tanto di più è un peccato, che i folli non possano dire saggiamente ciò che i saggi fanno follemente”.
Successivamente, all’atto II (scena 4), la scena si sposta nella foresta di Arden, dove Touchstone entra in contatto con il mondo pastorale, cui lui si ritiene superiore:
TOUCHSTONE: Ehi tu, zoticone!/ROSALINDA: Ma zitto, scemo, non è mica tuo parente./CORIN: Chi è che chiama?/TOUCHSTONE: Gente migliore di te, amico.
Fuori scena avviene l’incontro con Jaques, come lo stesso gentiluomo ci racconta:
“Un buffone, un buffone! Ho incontrato un buffone nella foresta, un buffone vestito di tutti i colori: o mondo miserabile! Com’è vero che vivo mangiando, un vero matto che s’era steso a terra per crogiolarsi al sole, e insolentiva Madonna Fortuna con qualche gusto, qualche gusto d’arte, lui, un matto in livrea da matti. Dico: “Buon giorno, matto”. “No, signore”, dice, “Non mi chiamate matto, finché il cielo non mi mandi fortuna”. Quindi cava dalla bisaccia un oriolo, e senza battere ciglio me lo fissa e dice, da uomo saggio assai: “Sono le dieci. Dal che si vede”, dice, “come che arranca il mondo: appena un'ora fa eran le nove, e saranno le undici fra un'ora; e così, d'ora in ora, si matura e matura, e d'ora in ora, poi, si marcisce e marcisce, dal che pende una coda”. […] O nobile buffone! Degno matto! Conviene vestirsi come loro.”
Nell’atto III (scena 2), Touchstone ha un dialogo con Corin al quale decanta le bellezze della vita di corte: si nota qui la differenza tra il parlar semplice del clown e la logica folle del fool. Nella stessa scena commenta e ironizza i versi di Orlando, componendone dei propri.
“Ne volete un assaggio?/Se un cervo sente una certa spinta/vada alla cerca di Rosalinda./Se anche la micia vuol la spinta/così pure fa Rosalinda./Fodera fitta in stagione matrigna/pur per la snella Rosalinda./Mietitore le spighe stringa/poi salti sul carro con Rosalinda./Noce dolce ha scorza arcigna,/tale noce è Rosalinda./E chi la rosa più bella incigna/si becca la spina di Rosalinda./Questo è l'autentico galoppo fasullo dei versi. Perché vi fate appestare/da questa roba?”
Il confronto tra il fool e il bosco di Arden continua alla scena successiva quando dichiara alla pastorella Audrey di volerla sposare. Nella stessa scena c’è anche un interessante dialogo con Jaques, nel quale Touchstone si isola da quanto avviene sulla scena con degli a parte, dando vita ad una finzione nella finzione.
Nell’atto V (scena 1) dà prova del suo metalinguaggio, mostrando la sua superiorità nel confronti del mondo rurale. Finalmente, alla scena 3, Touchstone canta, visto che proprio il canto era una delle caratteristiche del “court-fool”. Trovandosi, nella scena successiva, nel suo elemento naturale (la corte del duca esiliato), da sfogo a tutta la sua bravura recitando a modo suo le regole del codice cavalleresco. D’ora in poi non parlerà più, anche se rimane in scena fino alla fine; ma lui, con il suo matrimonio-burla con Audrey, vuol mostrare come anche il resto della recita sia stata, in realtà, una piacevole burla.
IL FOOL IN “RE LEAR”
Siamo giunti alla fine del nostro viaggio, visto che il fool del “Re Lear” è l’ultimo vero “court-fool”. Non è un caso che Shakespeare non gli dia un nome, come faceva con gli altri: egli è solamente il Fool. E’ allo stesso tempo “sweet” [“dolce”] e “bitter” [“amaro”], saggio di fronte alla pazzia e del re, stolto perché rimane con i vinti.
Egli entra in scena all’atto I (scena 4): viene chiamato “my pretty knave” [“furfantello mio grazioso”] dal re e indossa il “coxcomb”, il berretto tipico, simbolo della stoltezza. Subito il Fool dimostra una grande capacità di comprendere gli eventi, cosa che, abbiamo visto, è tipica del personaggio: egli possiede la saggezza dei pazzi, che lo stesso re Lear acquisirà dopo essere diventato folle. Inoltre egli svolge la funzione del coro, cioè di quel personaggio interno all’azione, ma che può comunicare col pubblico. Comincia già da qui lo scambio di battute tra il re e il giullare: il buffone si autodefinisce “sweet fool”, mentre attribuisce il termine “bitter fool” al re; in seguito il re e il buffone si scambieranno termini del tipo “sirrah” e “fool”. Il re quindi si rispecchia nel Fool, e viceversa. Dopo rimane in scena durante il dialogo tra il re e la figlia, ma non vi partecipa: egli parla al pubblico, commentando le battute dei protagonisti. Inoltre sempre in questa scena il Fool canta: non sono canzoni qualsiasi, ma legate al testo. La scena successiva presenta un dialogo tra i due: sembra sconclusionato, ma in realtà serve per portare il re ad una presa di coscienza. Il re ha capito anche un’altra cosa: per giungere alla verità, deve passare attraverso la pazzia.
Interessante notare che il Fool qui non svolge la sua funzione di mediatore; Shakespeare gli ha tolto tale funzione, perché, in tal modo, non ha più l’opportunità di influire positivamente o negativamente sulla trama.
All’atto II (scena 4) torna in scena: dopo aver definito “fool” Kent che è stato messo ai ceppi dalla figlia di Lear, Regan, cui doveva consegnare un messaggio, rimane in scena muto. Egli è un personaggio straniato, secondo la teoria di Bertolt Brecht: entra ed esce dal suo ruolo, è allo stesso tempo una persona del pubblico (che assiste alla scena) e un personaggio dello spettacolo (che comunque partecipa all’azione).
All’atto III (scena 2) il re e il suo seguito si trovano nella brughiera, dopo essere stati scacciati dalle due figlie del re. Di nuovo il Fool dialoga con il suo sovrano, citando il mago Merlino e facendo una profezia prima di andarsene. Torna quindi il tema del “fool” dotato di poteri profetici.
Ritroviamo il Fool alla scena 4. Di fronte ad Edgar, travestito da Tom o’Bedlam, un “fool artificiall” (che si spaccia per “naturall”), il vero Fool tace quasi sempre: ha ormai finito la sua funzione, il re è arrivato alla saggezza passando attraverso la follia e non ha più bisogno del suo giullare. Egli esce di scena definitivamente alla scena 6 con questa battuta: “E io andrò a letto a mezzogiorno”. Nel periodo di maggiore complessità (“noon”), quando tutto sta crollando, il giullare se ne va anche perché non ha più senso in questa società.
Il Fool quindi scompare di scena prima del re: la sua follia lascia il posto alla vera, tragica pazzia.
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bolla85 26/02/2005 17:39
maxreale 06/11/2004 05:55
Ho letto questo tuo lavoro quasi fosse un pezzo "leggero", d'intrattenimento. Talmente interessante e ben scritto, è. Wonderful!
Tiglath_A 04/10/2004 21:09
Io amo Sheakespare, che ovviamente non conosco bene come te... I miei preferiti sono il Giulio Cesare e il Macbeth (di cui ho scritto) e per il quale un po' di Foolish in realtà mi ricorda King Lear, anche se per aspetti diversi. Non meno di eccellente per uno scritto professionale e per l'amore per il teatro inglese!
adri84mj 29/05/2004 21:46
beh si vede che queste cose le hai studiate e "vissute", è davvero un bel lavoro questo sulla figura del FOOL, se devo esser sincero ho trovato un pò esagerate le parti su la dodicesima notte e touchstone (vado a tentoni con i titoli) perchè bisognava conoscere l'opera per capire quel che dicevi....e io ammetto la mia ignoranza...cmq ripeto, davvero un ottimo lavoro...ciao!
mario62 10/04/2004 19:18
Eccellente, bravissima.
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