Facendo strada
25.04.2002
Vantaggi:
testi e musiche di Baglioni (tranne uno "rubato" a Trilussa), arrangiamenti, copertina
Svantaggi:
trovateli voi . . . io non ci riesco !
Consiglio il prodotto:
Sì
Dettagli:
Qualità dei testi
Qualità della musica
Voce artista
Originalità
Design del disco
Paragone con dischi precedenti dell' artista
 MMouse
Su di me:
Chi sono? Uno che anche oggi non ha salvato il mondo, perché impegnato a vivere. :-)
Iscritto da:28.02.2002
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Nel 1981 Claudio Baglioni pubblica un album per la CBS, ritornando a realizzare dischi dopo “E tu come stai” (1978) e smentendo la tradizione che lo voleva capace di realizzare un album ogni anno. Quello che torna nei negozi è un Baglioni più maturo, che ha avuto il tempo di riflettere e soprattutto vuole a tutti i costi cambiare la ormai usurata immagine che gli si era impressa addosso dopo il suo primo e per il momento maggiore successo: “Questo piccolo grande amore” (dall’album omonimo del 1972). Egli si ffida così a Geoff Westley per gli arrangiamenti e si trasferisce in Inghilterra per registrare al “The Manor” di Oxford sotto la direzione di Richard Manwarring. L’apertura internazionale dell’album è sottolineata dal fatto che la copertina è affidata a David Bailey, che realizza un intenso primo piano di un Claudio dai capelli insolitamente lunghi e una foto in piano americano per il retro. Il disco si presenta come una sorta di concept album non dichiarato: quattro brani intitolati come i numeri cardinali corrispondenti creano una scansione all’interno della quale si inseriscono senza soluzione apparente di continuità otto canzoni vere e proprie. Non a caso il sottotitolo dell’album, che ben pochi conoscono, è “canzoni e una piccola storia che continua”. Il disco si apre con “Uno”, appunto: si tratta di un brano in cui Claudio, accompagnandosi con pochi accordi suonati quasi rudemente con la chitarra, racconta immagini e frammenti dei primissimi anni della sua vita: dalla nascita (1951) nel quartiere Montesacro a Roma sino alle prime occasioni per guardare le televisione, il sabato, in qualche locale. Ma è subito tempo di “Via”, un brano intensissimo: si tratta di un rock dal ritmo rapido in cui Claudio condensa per immagini le sensazioni e i sentimenti che assalgono un uomo al termine di una storia d’amore veramente importante. Tutto in fondo assume senso e ragione in funzione di quell’addio, anche se “dimmi che cos’è che ci hanno fatto, dimmi cosa c’è che io non so, perché tutto è finito come cenere in un piatto e quei ragazzi che eravamo no, non ci sono più”. Il ritmo di una batteria incalzante, contrappuntato dagli accordi del pianoforte secco e duro e alleggerito solo parzialmente da suoni elettronici, crea un effetto incredibile: Claudio canta asciutto, trovando una purezza di voce e una dolcezza triste che arriva al cuore senza passare per la comoda strada del gorgheggio e degli abbellimenti. Per inciso, questo è da anni il pezzo che chiude i concerti di Claudio o, in alternativa, il primo dei bis che il cantautore romano concede: insomma, nonostante l’apparente buon andamento della storia d’amore con la Barattolo, Claudio ha ancora voglia di “dagli straccivendoli ricomprare quel che resta del mio amore e andare via”! Il brano successivo crea una contrapposizione musicale molto netta: se siete riusciti infatti a non rovinare le coronarie con gli ultimi accordi di “Via”, il dolce pianoforte che apre “I vecchi” certamente vi rappacificherà e vi consentirà un ritmo cardiaco più tranquillo. Il brano parla, come da titolo, di quell’età della vita che eufemisticamente si definisce “terza età” o “anzianità”: Claudio racconta con un susseguirsi di immagini la vita dei vecchi che si incontrano nel paese, nel quartiere, negli angoli delle grandi città. Parla di persone vere, che ancora mantengono mille piccole occupazioni che cercano di riempire giornate sempre troppo lunghe (“e dover vivere fino alla morte che fatica”): ma il sentimento che lo domina si rivela negli ultimi versi, quando spiega che “mi piacerebbe un giorno portarli al mare, arrotolargli i pantaloni e prendermeli in braccio tutti quanti… sedia sediola… oggi si vola… e attenti a non sudare”, esattamente come una madre con i propri figli. L’arrangiamento è giocato tra pianoforte e archi, con interventi modesti di batteria e altri strumenti (notevole il finale musicale con un gioco di violini da brividi); il cantato è decisamente più ricco e pieno di vocalizzi e sfumature rispetto al brano precedente. I violini ancora suonano e già la chitarra torna a sorreggere la voce di Claudio per consentirgli di raccontare nuovi episodi della sua vita in “Due”: compaiono qui ricordi di qualche anno dopo i primissimi, il periodo della scuola e della prima comunione, e “un padre brigadiere che scrive poesie”. Aperta da un rollio di batteria, parte quindi “Notti”: una collezione di notti, appunto, descritte in ogni possibile sfumatura e situazione. Musicalmente si tratta di un brano rockeggiante, piuttosto veloce salvo nell’inciso in cui Claudio rivela finalmente il motivo per cui tanto gli interessano le notti: in questo momento infatti gli compare il ricordo dell’amata lontana, via da quella Roma che è grande ma prigione, “tu che sei stata e sarai fra le persone più mie, tu che mi stai nei quattro angoli del cuore”. Il brano ha un arrangiamento leggero che crea un contrasto con i vocalizzi decisamente ricchi e solo parzialmente definiti di Claudio. Notevolissimo dal punto di vista musicale è il finale, un crescendo emozionante tra il solista, il coro e il pianoforte che si pone a guida degli strumenti dell’orchestra: un modo di fare musica da live, non da disco registrato! Da qui si passa a raccontare la storia, o forse meglio dovrei dire le storie, delle “Ragazze dell’est”. Colpito dai primi arrivi in Italia di numerose ragazze provenienti dai paesi una volta amici dell’URSS (in particolare da quella Polonia dove era stato acclamato nel corso di una tournee di alcuni anni prima), Claudio scrive uno dei testi più poetici dell’intera sua produzione per raccontare la loro vita quotidiana tra tazze di caffè, tram e un lavoro che apre pochi spazi al futuro. Tutto questo senza dimenticare i momenti di gioia e di gioco, ma soprattutto rimanendo capaci di “scrivere sui vetri ghiacciati le loro fantasie, povere belle donne, innamorate d’amore e della vita”. Claudio si concede tutti i vocalizzi e le modulazioni cui aveva sin qui parzialmente rinunciato, mentre il pianoforte e la batteria rimangono quasi solitari, sorretti da un sottofondo elettronico non invadente e accompagnati da una chitarra elettrica dolcissima per l’inciso musicale presente poco prima della fine del brano. Non poteva esserci migliore introduzione per il brano che regala il titolo all’intero album: “Strada facendo”. Claudio riprende il tema del tempo che passa, mostrando senza pudori le sue esperienze passate segnate da errori e mancanze (“i miei cassetti di ricordi e di indirizzi che ho perduto”), ma anche da sentimenti profondi e non sempre allegri (“e dentro un senso di inutilità”). Ma c’è anche la soluzione, per tutto questo: “strada facendo vedrai che non sei più da solo, strada facendo troverai (anche tu) un gancio in mezzo al cielo, e sentirai la strada far battere il tuo cuore, vedrai più amore vedrai”. Solo così, nel sentimento e nella certezza che c’è qualcosa che si chiama amore e che costituisce senso e ragione dei nostri incerti passi, si può essere “giovane e invecchiato” e trovare il senso, la risposta alla domanda su “che cos’è che mi fa andare avanti e dire che non è finita, cos’è che mi spezza il cuore tra canzoni e amore, e che mi fa cantare e amare sempre più, perché domani sia migliore perché domani tu”. L’arrangiamento è giocato sulla sovrapposizione dei diversi tipi di chitarre, acustiche ed elettriche in particolare, con un uso del pianoforte elettrico parco e riservato ai ponti musicali. Claudio trova una voce di insospettata freschezza, ricca, piena, a tratti ombrosa ma sicura e precisa sulle note acute (e in questo senso si nota il lavoro dell’equipe internazionale). Il brano ha aperto per anni i concerti di Claudio ed è famosissimo. Segue il terzo intermezzo per chitarra e voce, intitolato appunto “Tre”: il più breve dei piccoli brani racconta dell’adolescenza giocata all’ombra dell’oratorio e con “un dito su un atlante di geografia”. Se il raccontare per immagini è caratteristico dell’intero album, questo aspetto raggiunge un vertice in “Fotografie”: parole cantate rapidamente, senza soste, con fiati udibili come fosse un concerto dal vivo, per descrivere una serie di scatti che rappresentano le varie tappe di un amore. Un susseguirsi di attimi che passa dalla passione accesa alla stanchezza e infine all’addio: il tutto è condito da un inciso da brividi (“resta lì… non muoverti… sorridi un po’… adesso voltati… fai così… appoggiati… non dire no… amore, guarda qui”), assolutamente da ascoltare. Alla fine, la storia d’amore finisce: ma riprendendo i versi iniziali, rimane “un azzurro scalzo in cielo, il cielo matto di marzo e di quel nostro incontro, e al centro tu poggiata sui ginocchi e gli occhi tuoi per sempre nei miei occhi”. Musicalmente parlando, il brano è giocato tra batterie e chitarre elettriche morbide, con qualche intervento di altri strumenti elettronici e un assolo di chitarra classica a dir poco emozionante. Alla canzone propriamente detta segue, dopo un rallentato progressivo in cui la batteria sparisce, una parte musicale decisamente da ascoltare: una pagina di archi che riprendono il tema musicale della canzone con un arrangiamento da opera lirica o da film drammatico di alta levatura, secondo il gusto dell’ascoltatore. Il brano successivo si intitola “Ora che ho te” ed è molto famoso tra coloro che conoscono le canzoni di Claudio. Si tratta di un inno all’amore, quel sentimento che regala senso a tutta la vita: in poche parole, “ora che ho te amo l’altra gente”. E non conta se il legame può avere una fine, qualcosa rimane comunque eterno e immutabile: “e avrai sempre lo stesso sorriso di adesso quando non ci sarò più io, perché ogni incontro è già un addio, quando non ci sarò più io che ora ho te”. L’arrangiamento trascorre leggero tra pianoforte, basso ed elettronica, con un brusco cambiamento e arricchimento in corrispondenza del ponte musicale. Claudio vocalizza a pieni polmoni, arricchendo quasi ogni nota minimamente lunga di un vocalizzo: enfatico, enfaticissimo, ma terribilmente emozionante. Sulle ultime note di “Ora che ho te” si inscrive “Quattro”, con la chitarra che consente a Claudio di cantarci dei suoi primi incontri con la musica e con le ragazze, ma anche di un Sessantotto vissuto da attore non protagonista, vittima del soprannome “agonia” per il look “dark” e l’amore per le canzoni tristissime del primo De André. Il disco si chiude con un brano di ottimo augurio: “Buona fortuna”. Si tratta delle parole che Claudio immagina di rivolgere a una donna che lo sta lasciando, non necessariamente per la fine di una storia d’amore ma perché la vita la chiama altrove. Il testo è semplicissimo e gioca su un semplice concetto: “buona fortuna che non basta mai a te che te ne vai”. Un pianoforte da grande sala accompagna un Claudio che si concede tutti i vocalizzi di cui è capace, salvo cedere il passo a qualche scampolo di elettronica. Il brano è emozionante, nella sua semplicità, soprattutto nel crescendo finale: ma il modo migliore per ascoltarlo, credetemi, sarebbe stato essere nel teatro dove Claudio lo eseguiva a voce spiegata, senza nemmeno il microfono per aiutarsi. E naturalmente, avendo accanto colei a cui, oggi come oggi, vorrei avere il coraggio di cantare questa canzone. Dedicata babj e adsodamelk e ad altri amici e amiche conosciuti nel mondo di Interne... a gentile richiesta!
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10.05.2002 22:30
E mi tocca anche ringraziarti per la dedica anche qui...... :PP
08.05.2002 11:58
E come in un duello far 10 passi e poi guardarsi un'ultima volta e via... Io adoro "Via":))
02.05.2002 23:27
è un disco che si è legato indissolubilmente ad alcuni momenti molto importanti della mia vita, lo ascolto sempre con grande piacere