Il declino dell'impero emmerichiano
17.06.2004
Vantaggi:
Eco - effetti atmosferici, riprese satellitari, fotografia, suono, montaggio, alcune sequenze visivamente efficaci .
Svantaggi:
Una sceneggiatura troppo convenzionale in un genere abusato e quasi usurato dai luoghi comuni, uno sfacciato travestimento engagé per quella che è solo una discreta opera di catastrofiction .
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Il paleo-climatologo Jack Hall (Dennis Quaid), di ritorno da un carotaggio antartico particolarmente avventuroso (voragine apertasi nei ghiacci del deserto bianco proprio sotto il campo base), mette in guardia la comunità internazionale e in particolare il cinico vicepresidente americano, casualmente più sensibile alle lobbies petrolifere che alle relazioni scientifiche: a lungo andare, la continua immissione di acqua dolce negli oceani causata dal progressivo disgelo dei poli potrebbe causare l'inversione delle correnti, e determinare le condizioni di una nuova glaciazione che metterebbe a rischio la vita dell'uomo sulla terra. Il pubblico mormora, gli scienziati annuiscono, i politici fanno spallucce, sicuri che il problema riguarderà le generazioni future. Problemino: nei film, per ragioni di sintesi, tutto accade moooolto più in fretta, ed ecco che già sull'emisfero boreale sta arrivando un tempo da lupi. Se avevate fatto programmi per il week-end, un consiglio: rimandateli a un'altra era. Roland Emmerich deve avercela con Manhattan, ormai è certo: prima la disintegra con il mega-laser mortale degli alieni schifosi in "Independence Day" (1997), poi la calpesta con gli artigli furibondi di "Godzilla" (1999), e adesso ha deciso di farla finita per sempre prima invadendola con una giga-marea e poi seppellendola sotto le bianche dune immense di un sahara di neve e ghiaccio. Evidentemente affezionato alla catastro-fiction da baraccone (che ha fondamentalmente due pilastri: i vari lucertoloni giapponesi su città di cartapesta e i kolossal hollywoodiani come "Terremoto" , "Il colosso di fuoco" e "L'inferno di cristallo"), il cineasta di Stoccarda ormai ha trovato l'America in… America, inventandosi sempre nuovi modi per distruggerla per finta: il che è un interessante compromesso tra psicanalisi e portafoglio, se ci pensate. Sì, perché da un lato Emmerich può realizzare ogni volta i suoi giochi infantili (e quelli di tutti noi), quelli di quando si passavano ore a preparare battaglie, a costruire fortezze e città e poi le si distruggeva allegramente ripulendo tutto prima che mamma riapparecchiasse il tavolo per la cena; dall'altro pompa nelle arterie del vorace pubblico a stelle e strisce l'astuto doping dell'esorcismo da sette dollari, quello attraverso cui le cose peggiori vengono amate di più al cinema perché finché stanno dentro lo schermo non le vivremo mai nella vita vera. Accade con venusiani famelici, con rettilacci incazzati e da ultimo con il clima impazzito.Ho letto da poco una spettacolosa recensione su questo tipico 'blockbuster' hollywoodiano, quella di Albes (è la seconda volta che lo cito, forse ho trovato uno che ama e soppesa i filmoni dollarosi più di me), ed è a quella che vi rimando, perché davvero quello che ha scritto è in alcuni punti identico a ciò che avrei scritto io (anzi, che avevo proprio scritto e che adesso perde totalmente senso ribadire). Molto in sintesi, il film ha momenti puramente visivi di straordinario realismo, giovandosi di effetti digitali (applicati alla ricostruzione degli eventi atmosferici, agli sbalzi della temperatura, alla scultura del cielo e alle masse d'acqua) senza eguali nel genere di riferimento: il marketing della pellicola ha cercato molto comprensibilmente di fare leva sull'aumentata sensibilità ambientale del pubblico, e soprattutto nell'Europa Kyoto-oriented (in contrapposizione con gli Usa, ancora una volta) i p.r. della produzione devono aver lavorato benissimo, perché parecchi telegiornali hanno dato risalto, il venerdì dell'uscita nelle sale, alla cupa profezia emmerichiana.Tuttavia, in barba alla pretesa 'morale' della vicenda è soprattutto uno l'aspetto che secondo me dovrebbe essere ben chiarito: il film è solo un affascinante fumettone fanta-meteorologico, molto più apprezzabile per alcuni disinvolti tratti di sarcasmo (americani che premono alle frontiere messicane e vengono trattenuti a fatica, presidente americano che annuncia, in cambio dell'ospitalità avuta dai paesi equatoriali, l'annullamento del debito del terzo mondo) che per il suo presunto messaggio ecologista. Infatti "L'alba del giorno dopo" non si cura minimamente di descrivere e stigmatizzare i comportamenti quotidiani delle persone o le politiche dei singoli governi che, sul lungo periodo, portano a un deterioramento del clima; prende solo a pretesto un dibattito molto attuale per innestarvi la tempestiva exploitation di una cinematografia obesa di visione e pura visione e nient'altro che visione, quella specie di oppio cortocircuitato tra occhi e mente che fa esclamare "Cool!!" agli adolescenti americani anche se stanno assistendo alla disintegrazione dell'universo. Il che dimostra non già che il pubblico trovi fico vedere disintegrato l'universo, ma solo che, perfettamente educato alla natura dell'intrattenimento, esso distingua a priori il contesto fittizio e giudichi solo la resa spettacolare dell'evento fantastico mostrato. In questo senso (e in questo solo) il film ha un impianto nobile, non certo quando lo script mette in scena l'usurato dramma familiare secondo lo schema 'addio e ricongiungimento'; paradossalmente, proprio ciò che del film è più qualitativo ha un 'effetto' attutito sullo spettatore assiduo, che ormai è sin troppo abituato all'elevata qualità della ricostruzione digitale in pellicole commerciali ad alto e altissimo budget. Credo che l'impero emmerichiano, costruito inizialmente col producer rampante Dean Devlin ed espanso poi in tutta autarchia (questo film è scritto interamente da Roland, con la sola consulenza di Jeffrey Nachmanoff) sia giunto quantomeno a una fase di apogeo, se non di declino: del resto, non è che lo svevo di Melrose possa continuare impunemente a seminare morte e distruzione a New York o Los Angeles senza giustificare la sua iconoclastia edilizia con script più originali e 'adulti' di quelli che lo hanno fatto diventare stra-miliardario.Comunque, malgrado tutto resto pur sempre un drogato di grande schermo, e anche se quasi perfettamente consapevole della sua natura di giocattolone atmosferico, "L'alba del giorno dopo" l'ho visto, ma lo consiglio solo in questa specifica modalità, ovvero dentro un cinema: recuperarlo tra qualche mese sui pochi pollici di un televisore domestico significherebbe veramente buttare via i propri soldi. E, a meno che non siate soci di Emmerich (il film ha già incassato più di 330 milioni di dollari in tutto il mondo), non credo possiate permettervelo. SCHEDA L'ALBA DEL GIORNO DOPO (The Day After Tomorrow, Usa 2004), 124'. Regia: Roland Emmerich. Soggetto: Roland Emmerich. Sceneggiatura: Roland Emmerich, Jeffrey Nachmanoff. Fotografia: Ueli Steiger. Montaggio: David Brenner. Scenografia: Barry Chusid. Costumi: Renée April. Musiche originali: Harald Kloser. Con Dennis Quaid, Jake Gyllenhal, Emmy Rossum, Ian Holm, Dash Mihok, Jay O. Sanders, Sela Ward, Austin Nichols. (Voto: 6)
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10.12.2009 23:39
Giusto , penso che un 6 possa bastare. Ma è una sufficienza frutto solo ed esclusivamente dei mirabolanti efffffetti specssialii (te lo ricordi il diavolo di Drive In?). Io vorrei sapere come fai ad aver scritto 698 opinioni di tal fatta e riuscire a trovare ancora spunti originali,frasi ad effetto e titoli geniali.....che sei un pozzo senza fine?
28.10.2009 19:59
effettivamente perde in tv... ma vabbè, questi film catastrofici ormai diventano sempre più catastrofici...
03.12.2007 18:32
scherzi di ciao: ho cliccato sull'ultima recensione postata e sono finito qui, bah.... (forse meglio cosi, chissà)