L'albero della vita (The Fountain) (D. Aronofsky - USA 2006)

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L'albero della vita (The Fountain) (D. Aronofsky - USA 2006)

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LA PIOGGIA NELLA NEBULOSA

1  19.03.2007 (22.03.2007)

Vantaggi:
il rimpianto di "2001 : Odissea nello spazio"

Svantaggi:
un poveretto negli spazi cosmici sospeso con le gambe incrociate dentro una grande bolla

Consiglio il prodotto: No 

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Opinioni:177

In media l'opinione è' stata valutata Eccellente da 13 utenti Ciao

Tomas, un conquistador spagnolo del XVI secolo, va in terra Maya al fine di trovare la miracolosa "fontana della giovinezza" e salvare così la Spagna e la regina dal dominio dell'Inquisitore dal dominio dell'inquisizione; ai giorni nostri uno scienziato, Tommy, fa sperimenti sulle scimmie sperando di trovare la medicina che consenta alla moglie di guarire dal cancro; nel 2500 un misterioso astronauta si avventura nel cosmo chiuso con le gambe incrociate in una grande bolla accanto a una pianta in cui si nasconde l'anima della donna amata.….


Il titolo originale "The Fountain" "la fontana della giovinezza" fa riferimento a un mito che accomuna molte culture da Oriente a Occidente: l'immagine del magico albero da cui scaturisce la sorgente dell'immortalità è riscontrabile nelle tradizione di molti popoli antichi, dagli Ebrei alle civiltà precolombiane. La pellicola in effetti esordisce citando il "Genesi", ove tale pianta era collocata accanto a quella della conoscenza nel giardino dell'Eden. Tale taglio mitologico-favolistico dovrebbe negli intenti di Aronofskj garantire l'universalità e l'esemplarità della vicenda raccontata e delle sue fumose appendici nel passato e nel futuro: l'uomo ovunque e in tutti i tempi ha sempre cercato di ottenere la vita eterna sconfiggendo la morte.

Le epoche scelte per raccontare la titanica contesa dell'essere umano con la morte dovrebbero simboleggiarne i momenti salienti nel presente, nel passato e nel futuro. Nessuna di queste dimensioni però ha plausibilità storica o logica, e i toni cupi, il colore marroncino, contribuiscono allo stilizzata artificiosità degli ambienti: se il laboratorio del biologo, l'ospedale, la casa dei coniugi, e la città innevata rimandano vagamente alla contemporaneità l'impresa del prode conquistador nella foresta dei Maya e quella dell' astronauta all'interno di una bolla appaiono una forzatura, una posticcia e gratuita dilatazione della vicenda centrale. L'idea di interpretare il faticoso cammino dell'uomo sulla terra come una coraggiosa lotta per l'immortalità risulta così, al di là dell'indubbio coraggio dell'autore, ridotta al confuso e incolto delirio di un Maestro di una setta new-age che correda le sue fumose teorie con paccottiglia eterogenea, mescolando a caso fonti esotiche e libri seri. Il risultato è un piatto accumulo giustappositivo e proprio la scarsa calibratura nel costruire il cronotopo costituisce la prova più lampante che il regista" visionario/spiritualista" Aronofsky( di cui si attendeva con molte speranze questa prova dopo "Requiem for a dream" che nel 2000 aveva avuto un certo successo ), nonostante il consistente budget a disposizione, non aveva le spalle sufficientemente larghe per un progetto tanto audace.
Per quanto i bagliori di alcune inquadrature possano suggestionare e l'affastellarsi conclusivo possa far venire in mente il favoloso "trip" finale di "2001: odissea nello spazio", l' Odissea dell'eroe di "L'albero della vita" si connota per un greve immobilismo sonoro e visivo: le iterazioni e i lunghi silenzi sono interrotti da affermazioni perentorie quanto insulse e riempiti pretenziosamente da simbologie dozzinali.

La citazione del "Genesi" suggerisce già la caratterizzazione dei personaggi nella prospettiva dei quali è vista la vicenda: si tratta di un uomo e una donna ovvero di Adamo ed Eva, che, nonostante le diverse epoche impongano loro ruoli diversi, restano sempre il primo uomo e la prima donna, che, grazie alla forza dell'amore, cacciati dalla condizione di felicità eterna del paradiso terrestre, cercano di ritrovarla, attraverso i secoli, nelle foreste o nelle galassie. La filosofia di Aronofsky è evidentemente improntata a un pasticciato panismo: l'universo è un tutto cosmico, in cui foreste e galassie, creature umane e alberi si fondono o cercano l'unità perduta. La scoperta di tale verità è attribuita arbitrariamente ai Maya, che in realtà fecero importanti scoperte in campo astronomico.
La connotazione simbolica implica la mancanza di una qualunque caratterizzazione realistica o sociale o psicologica: uno stesso attore, Hugh Jackman, noto al pubblico giovane per aver interpretato Wolverine nella serie X-Men, e una stessa attrice, Rachel Weis, interpretano i protagonisti della medesima vicenda che si ripresenta in epoche lontane fra loro.
Abbiamo così lo scienziato, il guerriero e il più difficile da definire il viaggiatore dello spazio: egli appare come un astronauta, ma il suo percorso può anche essere solo mentale e la sua posa può far venire in mente un sacerdote/santone e il riferimento all'amata perduta invece può ricordare il mito di Orfeo il cantore che va nell'Ade a riprendersi la moglie adorata.
Un ruolo del tutto passivo lo ha invece la donna: viene suggerita l'identificazione con Eva, e qui il peccato e la colpa sono la fragilità e la morte e per certi versi la saggezza/rassegnazione dell'accettazione. Il maschio diventa dunque l'eroe salvatore, colui al cui coraggio per tradizione è affidato il compito di riportare la coppia alla paradisiaca unità naturale. Tuttavia la mancata calibratura della composizione rende poco chiara anche la dialettica uomo-donna.

Gli oggetti valore risaltano piattamente e rimandano a una trita simbologia: essi sono l'anello, la neve e il gelo della morte vs. il fuoco e il calore della vita, il libro animato, la stella morente, dove secondo i Maya abitano le anime dei mortila fusione di amore e morte e la ricorrenza del numero tre.
Il cuore del film arriva nella conclusione, traduzione filmica del panismo di Aronofosky.

LA MORALE DELLA FAVOLA:
LA PIOGGIA NELLA NEBULOSA
La storia dell'umanità è già tutta nel "Genesi": Dio aveva creato un giardino di delizie e vi aveva posto nel mezzo l'albero della scienza del bene e del male e quello della vita; Eva, tentata dal serpente, mangiò il frutto della conoscenza e lei ed Adamo, cacciati dall'Eden, furono costretti alla fatica e al dolore. All'essere umano condannato non resta che il rimpianto della terra perduta con i suoi alberi miracolosi e l'utopica speranza di ritrovarla da qualche parte o di ricrearla attraverso i portenti della magia o della medicina: il progresso è allora, da questa prospettiva mitico-favolistica, un impervio cammino per recuperare la favolosa età dell'oro dimenticata, ove non esistevano sofferenza e morte, descritta da poeti e tradizioni di molti popoli, dai Greci alle civiltà precolombiane. In "The fountain" Aronofsky ha esemplificato nella lotta di un biologo per salvare l'amata moglie dal tumore al cervello il vagheggiamento, ricorrente in ogni tempo, di un'arma per sconfiggere i limiti imposti all'uomo dalla caduta dal paradiso: il dramma, collocato in un presente color marroncino, si ramifica in un passato mai esistito davvero e in un nebuloso futuro, nei quali lo scienziato diventa guerriero nella foresta amazzonica e poi astronauta/sacerdote/cantore in viaggio verso una stella morente all'interno di una grande bolla. Le tre figure simbolo sono accomunate dalla medesima titanica ambizione: ritrovare nel cuore del continente sudamericano, culla degli antichi Maya, depositari di una atavica saggezza, e nei suoi riflessi galattici l'acqua risanatrice per rendere eterno il loro amore e fondersi con il tutto cosmico. La malia del sostrato leggendario e l'oggettistica misticoide su sfondo panico infondono però linfa torbida al mèlo classico: gli amanti sfondano eroicamente le porte trasparenti dell'Ade, tentando di riportarsi a casa l'essere amato, diventato ormai fantasma d'aria evanescente, ma qui inciampano, confusi e frastornati, in vincoli legislativi da rispettare in laboratorio, anelli, metamorfosi di corpi, viaggi cosmici, Grandi Inquisitori feroci e pallide e fragili regine di regni europei in bilico. Del resto, per abbattere muri occorre avere spalle da gigante: accumulare e giustapporre mattoni di cartapesta non significa esserne dotati e Aronofski finisce con l'assomigliare al suo velleitario campione, sospeso in aria, chissà dove nel cosmo, con le gambe incrociate, rivolto a pregare o sognare o a ricordare non si sa precisamente cosa, prima di farsi da bianco "virente", come ne "La pioggia nel pineto" di D'Annunzio. Il prometeico progetto emana in sala un bagliore cupo, suggestiona e ipnotizza sporadicamente, al di là della verosimiglianza, alla maniera di una seduta spiritica orchestrata un po' a caso: ma i disarmonici inciampi dell'affabulazione non illudono con la favola bella lo spettatore.

P.S. http//slilluzicando.splinder.com
Preciso che sono autore di blog, la fonte è la stessa come dimostra il fatto che i testi vengono pubblicati contemporaneamente.


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Maarit28

Maarit28

23.03.2007 11:48

eh eh più ci ripenso a sto film più mi sa che sia stato concepito fumando chissà quale magica erba... :-D

montimer

montimer

21.03.2007 19:57

Prendo atto del tuo giudizio negativo... ma, sarà che adoro la fantascienza, ma mi hai incuriosito un po' troppo.... e quindi una volta tanto, penso che, nonostante il tuo giudizio, vedro comunque il Film (sul quale - dopo la tua opinione - ovviamente mi guarderò bene dallo scrivere qualsiasi cosa.) % Ciao da Montimer %

icobox

icobox

21.03.2007 00:12

non è il mio genere; ma dalla tua opinione emerge la giustificazione della valutazione di una stelletta

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