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Opinione

per Troy (Petersen, Wolfgang)
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2 Stelle Cantami o Divo…
37 su 37 utenti Ciao hanno valutato come utile la seguente opinione Vedere le valutazioni
Raccomandato: Si

Vantaggi coinvolgente, molto patinato, soprattutto grazie alla fisicità scultorea dei protagonisti; un film dove tutti sono belli molto sopra alla media.

Svantaggi sicuramente la scarsa aderenza della trama al libro a cui si ispira; personaggi poco più

Dettagli

Genere guerra
Età minima per tutti
Regia buona
Attori decenti
Sceneggiatura mediocre
Colonna Sonora appropriata
Qualità Video (DVD):
continua

L'autore

Leia_Skywalker Dal 28 set 2003

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Attenzione: la seguente opinione contiene elementi della trama e del finale; questo presupposto al mio scritto, che pure potrebbe parere superfluo trattandosi di una storia arcinota come quella della guerra di Troia, mi sembra comunque doveroso verso tutti coloro i quali non ne ricordano i dettagli e preferiscono rinfrescarsi la memoria al cinema.

La fiamma delle pire funebri sembra destinata a non doversi spegnere mai, davanti alle alte mura di Ilio: ora che Agamennone ha trovato nell’onore ferito del fratello Menelao una scusa plausibile per attaccare l’invitta città di Priamo, non c’è più nulla che può frapporsi fra lui e la sua brama di conquista. Nulla, o forse una sola persona: un semidio di nome Achille…
E così Wolfgang Petersen, dopo aver fatto ingoiare litri di acqua salmastra a George Clooney e Mark Whalbergh nella sua precedente fatica “La tempesta perfetta”, ha deciso di cimentarsi con l’immortale genere peplum.
Ma non si è limitato a fornire i suoi attori dell’ennesimo copione à-la Spartaco: dico, ce lo vedevate Brad Pitt coi sandaloni crocifisso come l’ultimo dei Kirk Douglas? E infatti fate bene a non vedercelo: innanzitutto perché Petersen aveva da tempo in mente di sceneggiare ben altro rispetto alla solita storia dello schiavo fiero, e cioè una versione cinematografica dell’immortale poema omerico, l’Iliade; e poi perché a quanto pare Brad Pitt ha dei piedi bruttissimi, e ha pertanto richiesto che il suo Pelide Achille indossasse stivaloni stringati.
Ovviamente però risultava sprovvisto di calzari al principio del film, quando un giovinetto corre a chiamarlo per fargli prendere parte ad una battaglia di cui lui si è dimenticato, e lo trova come mamma Teti l’ha fatto, fra due rappresentanti del sesso opposto altrettanto sguarnite di vestiario.
La sua filosofia di vita appare subito chiara: Achille si batte non per una bandiera, ma per donare al suo nome l’immortalità. Se questo concetto dovesse esservi sfuggito in un primo momento, non preoccupatevi: verrà più volte ripetuto nel corso delle due ore e trenta di questa pellicola, ogni volta più o meno con le stesse parole, perciò non c’è tema che possiate scordarvene.
Il problema di girare un film liberamente ispirato ad un poema così ponderoso e venerato da generazioni di grecisti (che potrebbero sembrarvi una razza estinta, ma sono vivi, stanno bene, e vivono nel mio appartamento) è non tanto quella di doversi sobbarcare l’erculea fatica, mai termine fu più calzante, di gestire una trama lunga e complessa, di scrivere una sceneggiatura il meno possibile affidata a frasi da fumetto e di contenerla nei ristretti tempi cinematografici.
Il vero scoglio è superare il sopracciglio alzato e il perenne scuotimento delle teste di quelli come me, quei rompiballe che hanno amato il poema fino all’inverosimile, che hanno pianto insieme ad Andromaca alle porte Scee e ora vedono banalizzata e stravolta la trama di uno dei pilastri della loro crescita. Forse non a molti interesserà seguirmi nei miei paralleli fra la pellicola e il poema, ma credo che possa trattarsi di un viaggio interessante tanto nell’opera di Omero quanto in quello di Hollywood e di chi deve riadattare un testo, e che testo, per il cinema. Ovviamente devo fin d’ora dirvi che i miei ricordi dell’Iliade sono abbastanza remoti, ma su alcune cose proprio non si sfugge.

Paride, giovane e vanesio figlio del saggio re Priamo e fratello dell’ottimo Ettore, il Troiano più forte, manda all’aria la pace fra la sua città e quella di Sparta innamorandosi, ricambiato, della moglie del re Menelao. Quest’ultimo, vistosi rubare la consorte, chiede aiuto al fratello megalomane, Agamennone, che da sempre è interessato a Troia e vuole sottometterla.
L’antefatto è un po’ diverso: alle nozze della Nereide Teti col mortale Peleo, Zeus ha invitato tutti gli dei, tranne Eris, la dea della discordia. Costei, per gettare scompiglio fra i convitati, fa rotolare nel bel mezzo della festa un pomo d’oro con su scritto “Alla più bella”. Se la contenderanno tre dee: Giunone, Minerva e Afrodite. Paride, scelto da Zeus per decidere, si vede offrire in cambio del pomo il governo dell’Asia Minore da Giunone, l’invincibilità in battaglia da Minerva e la donna più bella del mondo da Afrodite. Lo sventato giovane figlio di Priamo, che alla nascita fu allontanato dalla madre Ecuba, la quale aveva sognato di partorire l’uomo che avrebbe causato la rovina di Troia, si fece tentare dalla dea della bellezza, e pertanto le donò il pomo. Le altre due giurarono eterno odio ai Troiani. Afrodite, dal canto suo, lo aiutò a strappare Elena dalle braccia del marito Menelao.

Per la guerra contro Troia, Agamennone vuole i migliori. Pur non avendo molta simpatia verso il giovane Achille, semidio figlio di Teti e Peleo, manda Ulisse a convincerlo. A costui basterà ricordargli la fama che gli verrà dal combattere un conflitto così promettente per vederlo imbracciare scudo e spada.
Nell’Iliade invece, Teti, madre di Achille, sapendo che il figlio sarebbe morto combattendo contro i Troiani, lo traveste da donna e lo nasconde fra le ancelle in una corte reale. Questo stratagemma non impedirà ad Ulisse di riconoscerlo e di portarlo con sé.

L’arrivo del personaggio di Briseide nel film di Petersen coincide con la profanazione da parte dei Mirmidoni di Achille di un tempio dedicato ad Apollo sulla spiaggia di Troia. Briseide, sacerdotessa di Apollo e cugina del prode Ettore viene presa come bottino di guerra e strappata da Achille ad un destino di stupro di massa. I due diverranno amanti.
In realtà è tutto più complesso: Agamennone, infatuatosi di Criseide, sacerdotessa di Apollo, la strappa al padre Crise, sacerdote anch’egli e viene perciò punito dal dio che stermina gli achei con una pestilenza. Vistosi costretto a restituire la preda, Agamennone avanza allora pretese su Briseide, schiava di Achille, scatenandone quella che Vincenzo Monti celebremente tradusse dal greco come “ira funesta”.

Maggiore rispetto viene tributato nella sceneggiatura al personaggio di Priamo, qui interpretato dall’unico fra i presenti che abbia veramente idea di cosa significhi recitare, Peter O’Toole. Gli occhi umidi e profondamente azzurri del probo re di Troia guardano lo spettatore nei momenti più belli e strazianti di tutta la pellicola: quando assiste alla morte di suo figlio, quando bacia le mani del suo assassino, quando guarda i suoi amati cittadini bruciare assieme alle loro case lo sguardo di questo anziano regnante porta il peso di un dolore che sente troppo grande da sopportare, quello dell’orrore a cui è costretto ad assistere. Sono sicura che Peter O’Toole avrebbe saputo dare un’interpretazione indimenticabile alla scena della morte del suo personaggio, così come viene raccontata da Virgilio nell’Eneide: Priamo che vede Neottolemo, figlio di Achille, oltraggiare la sua casa, i suoi templi, le sue donne, e si trascina davanti a lui in armatura, per affrontarlo nonostante la sua veneranda età, e da questi viene pertanto deriso, e ucciso.

Il film di Petersen rispetta il carattere dei personaggi: Achille-Brad Pitt è feroce come gli si conviene; Ettore-Eric Bana è un uomo buono e giusto, a cui vanno le simpatie del pubblico per la sua umanità e la sua onestà; Patroclo è giovane ed imberbe come si deve, pur risultando cugino di Achille e non amico (per la pelle, essendo stati entrambi cresciuti dal centauro Chirone, ma anche amante); Paride ha la bellezza un po’ fragile di Orlando Bloom, mentre Diane Kruger è decorativa nella parte di Elena, la donna della discordia. Insomma, tutti belli bellissimi, tutti molto coscienti di sé: Pitt che guida la sua biga di tre quarti perché gli risaltano meglio i muscoli che gli sono costati mesi di esercizi estenuanti; Bloom e la Kruger spesso lucidi e nudi; Andromaca, perennemente tremante e con le labbra socchiuse. Si solleva un po’ dalla media l’ex incredibile Hulk Eric Bana, non troppo retorico, né vanesio. Ma devo ammettere che il mio giudizio per lui è viziato dal personaggio che interpreta, un eroe che ho amato moltissimo, al punto da piangere mentre ne leggevo la morte dalle pagine di Omero. La cosa meravigliosa e assieme terribile della lettura è che davvero ti fa sentire il dolore di cui si racconta, e sentire la morte del tuo eroe è un’esperienza davvero agghiacciante. Inoltre ho trovato Bana davvero sexissimo, e questo probabilmente mi rende poco obiettiva…

Mancano totalmente personaggi che nelle pagine dell’Iliade ricoprivano ruoli fondamentali: che ne è di Ecuba, moglie di Priamo, che impazzita alla vista della rovina di Troia viene lapidata dagli Achei? Leggenda vuole che costoro, rimosse le pietre sotto le quali l’avevano seppellita, trovarono una cagna latrante dagli occhi di fuoco…
E dov’è Cassandra, la bella figlia di Priamo a cui Apollo innamorato diede il dono della profezia, ma che, vistosi rifiutato da lei, la condannò a non essere mai creduta? La tradizione ce la restituisce schiava di Agamennone, trucidata assieme a lui dalla moglie di questi, Clitemnestra, e dal suo amante Egisto, in vendetta del sacrificio umano con cui Ifigenia, loro figlia, era stata uccisa (apparentemente,in realtà la ragazza era stata tratta in salvo dalla dea Artemide)?
Ancora, perché non c’è Laocoonte ad ammonire i Troiani di non prendere il cavallo, scagliando la lancia che fece risuonare gli scudi degli Achei nascosti, e che nessuno sentì a causa del fragore proveniente dal mare, dove due enormi serpenti venivano a strangolare lui e i suoi figli?
Mentre Troia è in fiamme, Paride affida la “spada di Troia” (?) ad uno che passa di lì per caso, un giovinetto di nome Enea, il quale porta in spalla il padre anziano… Ma Enea non era un guerriero al pari di Ettore, che tra l’altro gli compare in sogno per farlo fuggire da Troia? Hanno dimenticato che si era battuto con Diomede, e perfino con Achille?
Completamente diverso è poi il ruolo degli dei nella vicenda, sul grande schermo ridotti a meri simulacri, nel poema invece fisicamente presenti al fianco dei loro protetti, anche in battaglia dove pure loro vengono feriti.

Insomma, se volessi continuare con le incongruenze non la smetterei più.
Sono uscita dal cinema dove avevo assistito alla proiezione di Troy con l’idea che poteva essere fatto molto, ma molto di più. Come trama, ma anche come scene di battaglia (il Signore degli Anelli mi ha resa esigente), e come recitazione non ve lo dico proprio. Tuttavia, mi sorge un dubbio. E cioè: se al liceo avessi avuto Eric Bana a distogliermi dai libri per giocare con me ad Ettore ed Andromaca, credo che magari della vera Iliade ricorderei molto meno. Però “Troy” mi sarebbe piaciuto molto, ma molto di più.

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Pagina 1 di 8 | 1 - 5 di 39 commenti
  • Marte1969 19/06/2006 12:25
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile
  • Arcadia88 29/01/2005 10:50
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile
  • Giada72 08/12/2004 22:56
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    Hai scritto un'opinione molto ricca e critica: complimenti!

  • Anto6 20/11/2004 01:16
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile
  • bolla85 27/10/2004 10:32
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile
Pagina 1 di 8 | 1 - 5 di 39 commenti

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