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Mandate i vostri figli in Inghilterra

5  01.11.2006 (05.11.2007)

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Consiglio il prodotto: No 

francoesploratore

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Delle vacanze studio nessuno parla mai, e ciò mi è sempre sembrato strano.
Dovrebbero essere ben altre le attività da praticare senza parlarne: invece tutti parlano di esse, e quasi nessuno di questo fenomeno di massa che a partire dai primi anni Sessanta ha permesso a milioni di noi di mettere per la prima volta il naso fuori di casa e di arrangiarsi.
Forse qualcuno teme siano un privilegio per pochi, ed evidentemente non è mai stato tra quei pochi. Che in realtà tutto sono fuorché pochi: sono un esercito vastissimo, fatto di tre diverse generazioni ed un patrimonio comune in incubi, ricordi e nostalgie. Siamo per lo più reduci dall'Inghilterra, quel paese diventato anno dopo anno sempre più un'astrazione verso cui oggi ci ritroviamo legati da un indissolubile debito d'amore, che tentiamo di saldare spronando gli ultimi arrivati a seguire le nostre orme.

Io vi fui spedito per la prima volta decenne, giovanotto timoroso dell'essersi appena affacciato sulla vita, e da allora tutte le estati sino alla presunta maturità, sempre meno giovanotto e soprattutto sempre meno timoroso.
La nostra era quella piccola Inghilterra entrata nella leggenda, paese brumoso e sentimentale in cui i legni erano sbiaditi e la biancheria lisa, i bagni dimessi e le scale cigolanti, in cui la sciatteria non stava in un dettaglio ma era la colonna sonora di tutto.
Paese di terra umida e di luci fioche dietro i vetri opachi di una casa, del rassicurante latrato dei cani e di una brughiera misteriosa in cui si poteva desiderare solo di sdraiarsi, se si era stanchi di cercare il cadavere di una bella sconosciuta.
Paese in cui il rispetto delle regole era sacro e lo stoicismo una virtù, in cui le ragazze consideravano le calze un segno di debolezza e ne facevano a meno, e anche quando veniva giù il peggiore dei temporali si camminava tutti a testa alta, mani in tasca e niente ombrelli, sotto l'acqua scrosciante.
Paese che amava la libertà e che decapitò un re inventando la monarchia costituzionale; paese che non sopportava di essere osservato e che ci ha regalato la Letteratura più bella del mondo.
Paese di giacche di tweed con le toppe di cuoio sui gomiti per nascondere i buchi e di classi sociali che non davano più fastidio tanto erano ingenue e palesate.
Paese di quattro parole fondamentali: stubbornness, subtleness, embarrassment e understatment; di "fermezza di fronte al destino, grazia nella sofferenza"; paese che si aspettava che "ognuno oggi compia il suo dovere" e di "nebbia sulla Manica, il Continente è isolato".

Questa era l'Inghilterra che avevamo idealizzato e a cui ripensiamo oggi, grande pedagoga del mondo (idea politicamente scorrettissima ma cordialmente continuo a pensarlo, e ai Francesi potrebbe insegnare più di quanto ha fatto ai Rhodesiani). Chi non la ha conosciuta sappia che non esiste più, essendo cambiata in tutto, ma sappia anche che in realtà non è cambiata in niente: se enormi sono stati gli sconvolgimenti esteriori, sono rimaste intatte la volontà di stare insieme, in tanti, così diversi; la molta considerazione per i sentimenti degli altri; la temperanza; la civiltà delle maniere; la strenua fiducia nel valore dell'educazione per la formazione del carattere. Tutto quello che l'ha fatta grande. Grande, e abitata da gente più bizzarra del suo clima, rimasta nei secoli sempre difficilissima da amare per chi viene da sotto il quarantaseiesimo parallelo.
Gente bizzarra ma che sfugge ad ogni definizione, in cui convivono quasi sempre grandezza e grettezza, raffinatezza e rudezza, riservatezza e affabilità, cosmopolitismo e provincialismo, conservatorismo e progressismo, snobismo ed eccentricità, ingegno e ottusità, timidezza e ardimento, minimalismo e complessità, orgoglio e sobrietà, eccesso e moderazione, comprensione e ostinazione, ironia e malinconia. In qualche modo sono loro grato, nelle loro grandezze e nelle loro miserie.
Tra tutte queste, che peraltro non sono poche, quella somma, vera vergogna di un Paese che siamo ancora tenacemente convinti essere un faro di civiltà: l'annegamento delle frustrazioni settimanali nell'alcol, una piaga sociale rimossa per imbarazzo da molti inglesi ma comunque presente e devastante. A noi ci costrinse soltanto a molti incontri indesiderati, a qualche spavento e a una corsa notturna a perdita di fiato per i vicoli di Camden Town, ma merita di essere ben soppesata in tutti i casi. Ammesso con grande dolore ciò faccio veramente fatica ad immaginare delle temperie, una visione del mondo, una società ed un ambiente più adatti alla formazione di una giovane mente di quelli inglesi.

Io gli devo la mia epifania di italianità e immediatamente dopo la dissociazione da questa ultima. Poi la presa di coscienza di cose che fino a quel momento mi sembravano inutili, quali sopportare, resistere, non barare, rispettare. E cosa più importante, responsabilizzazione che viene dalla propria vocina interiore che comanda, non in tema di una censura da parte di una autorità esterna.

Riconosco di aver goduto in casa, in Italia, di un'educazione meno pietosa di quella ricevuta dalla maggior parte dei miei connazionali, pur tuttavia il trauma culturale seguito a quella convivenza con gente così diversa fu notevole e benefico. Eravamo un manipolo di apprendisti italioti che, tra gite con le calosce per il piovoso Suffolk e sputacchi interminabili nel tentativo di acquisire padronanza col thorn e l'eth, si accorse presto che tutto il mondo lì convenuto viaggiava e ragionava in modo completamente diverso al nostro, e reputammo fosse il caso di approfittarne.
C'era il treno su cui, se pescati senza biglietto, si dichiarava di essere saliti alla stazione immediatamente precedente. C'era la mensa del collegio in cui prima si pagava, poi si accedeva ai banconi dove tutto era a disposizione. C'era il cinema in cui si acquistava il biglietto per la galleria, poi nessuno controllava dove effettivamente ci si sedeva. Inutile precisare come noi e solo noi viaggiassimo allegramente ad ufo sui binari delle British Railways (pace all'anima loro) e ci ingozzassimo per tre pagando per uno: nati e cresciuti in un paese che non ha un'etica, che non ne sente il bisogno e che finge di non vedere il confine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è, applicavamo correttamente tra sghignazzi e risate compiaciute quanto esperienza ed istinto nazionali suggerivano.

Ma per quelle esperienze di vita all'estero bastò sopportare per tutta la serata, al cinema, lo sguardo disgustato delle ragazze che accompagnavamo (inglesi) appena esposta l'idea di mimetizzarsi in platea. Fu sufficiente per farci venire i primi dubbi.

Giorni dopo giudicammo i meli del vicino alla portata di una nostra incursione notturna. Massimo stupore quando, la sera successiva, radunati tutti per cena, ci venne mandato un grosso cesto di frutti ed un biglietto: "abbiamo notato che avete apprezzato le nostre mele; mia moglie ed io vorremmo offrirvi queste. Qualora vi piacessero e ne voleste ancora, tutto quello che dovrete fare sarà di chiedercele!"
Allora c'era di che vergognarsi profondamente, oggi posso sorridere e ricordare con affetto e nostalgia quel contadino del Suffolk - i cui alberi non vennero mai più toccati - e tutto quel popolo che ci insegnò meglio di mille prediche le basi del viver civile e della convivenza rispettosa.

Come Ms Emerson, che nel mezzo del fosco novembre londinese usciva di buon ora in t-shirt per fare jogging , e al ritorno costringeva all'assideramento noi smidollati mettendosi ad "asciugare", diceva, di fronte alla finestra spalancata.
Come quella volta che andammo per funghi vicino Bury St Edmunds. Era gennaio, ed io ero l'unico con i calzoni lunghi. Abituati tutti a non lamentarsi mai, tutti si erano dimenticati dell'oggetto del lamento.
Come quando anni dopo ci perdemmo in una strada di campagna e un tizio ci si incollò dietro: provammo a farlo passare, ma lui non passò; provammo a svoltare in una viuzza secondaria, e lui svoltò con noi; alla fine ci fermammo, e lui pure. Senza nemmeno il tempo di poter dire "a" venne al finestrino e ci chiese con un sorriso trionfante: "are you lost?". Mio padre voleva sbranarlo, e notoriamente mio padre non ha mai capito nulla degli inglesi.
Come quando scoprii che sulle porte delle aule c'era una fotografia dei banchi, con sotto scritto "cambiatene pure la disposizione, se volete, ma dopo rimetteteli così!". Senza aver passato nemmeno due ore in Inghilterra volevo già tornare in patria, convinto di essere sbarcato in un manicomio generale.

E se molti genitori convengono con me sui vertici della civiltà sociale che si toccano in quel paese, ecco spiegata l'impressionante transumanza verso Nord che si mette in atto da metà giugno a metà agosto in tutti i nostri aeroporti.

La vacanza studio.
Guess what, in inglese si chiama invertendo i termini, "study-tour". Diverso ordine delle precedenze tra le due lingue, e forse c'entra la psicologia più che la semantica. La mia prima volta fu, dicevo, a dieci anni, quattro settimane ospite dai signori Osborn di Leiston e dalle loro verdure lesse, una sola crisi di pianto. Viaggiavo da solo, non conoscevo nessuno, ero ospite in casa di gente che non avevo mai visto prima e con cui facevo fatica a comunicare ed ancora oggi mi chiedo se i miei genitori non fossero stati dei pazzi. Ma fu una lezione di vita e di comportamento che ebbe pochissimi eguali, dopo: non abbiate timori, o non oltre il ragionevole. Non potreste fare ai vostri figli bene maggiore.
Dove? Ma in Inghilterra, Scozia o Irlanda. Altri paesi anglofoni tenderei ad escludere per ragioni culturali più che linguistiche (a proposito, le ragioni linguistiche non esistono). Per carità di patria diciamo no a Malta, pur bellissima, altrimenti del già ribaltato "study-tour" rimane solo il tour.
A meno che non siano giovanissimi, non in collegio ma in una famiglia (selezionata, basta chiedere al British Council), altrimenti non serve a nulla: le lezioni si potrebbero fare ovunque, se è per quello. Le vacanze studio rendono al meglio solo quando diventano un'esperienza di vita a tutto campo, nel preciso momento in cui lo studente si vede costretto ad acquistare un biglietto ferroviario, ad avvicinare una ragazza in un pub o a presentarsi alla padrona di casa che lo ospita. Poi le famiglie inglesi sono venti milioni di sorprese che valgono un bel viaggio etnoantropologico, la più alta concentrazione mondiale di bizzarria, conoscetene due e capirete che cosa intendo.
C'è qualche madre apprensiva, infine, che si preoccupa dell'accento con cui si parla inglese al di fuori di certe zone protette. Io sono convinto che sia meglio arrabattarsi con lo Scouse di Liverpool che imparare a parlare "con la prugna in bocca" come insegnano a Reading, sempre che non si aspiri a diventare annunciatore del BBC World Service. Ma sono dettagli.
Per il resto, mattina lezioni (o "quando il gioco si fa duro"), pomeriggio escursioni per marshlands, case di poeti e stately homes (dette anche "dialogo tra sordi"), notti clandestinamente a disposizione ("battaglie tattiche e psicologiche").

Mi sono dilungato fin troppo in chiacchiere poco pertinenti, e me ne scuso, ma mi sembravano assolutamente necessarie alla causa. Non andrò oltre: credo che della mia sconfinata ammirazione per il paese di cui si sta parlando si sia capito.
Fate questo regalo ai vostri figli, se potete: anche se per una settimana, anche se per una volta. Si aggiungerà alla nostra lista, cresciuto ve ne sarà grato, un corso serale in meno e vivremo in un posto migliore.

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boogiewoogie

boogiewoogie

01.08.2011 17:41

Efficace e preciso come sempre. Confermo (per esperienza personale) la importanza dell'esperienza e l'arricchimento, socliale e culturale che ho riportato ad ogni mio soggiorno studio. Sto cominciando a preparare mia figlia (quasi 6 anni) con gli English camp cittadini...ma fra tre o quattro anni: a Londra...o York...o Edimburgo....

laurac62

laurac62

25.07.2011 10:08

La mia prima figlia va ogni anno da quando era in terza media. Grande esperienza, ma attenzione alle organizzazioni a cui ci si rivolge: più sono grandi e meno servizio offrono!

apo1971

apo1971

11.11.2010 09:58

Non ho parole , tanto di cappello! Un esperienza che non ho mai (potuto) fare , e me ne duolgo , mi trovo comunque perfettamente in sintonia con il tuo pensiero.

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