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4 Stelle Il Pittismo, e la Fiammeggiante Nostalgia Opinioni con immagini
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Vantaggi Il kolossal straripante, la sinfonia della natura selvaggia, il tambureggiare...

Svantaggi ...della violenza dei tempi su quello del tumulto dei cuori (non sto scherzando!).

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brest Dal 7 feb 2001

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Nelle montagne del Nord America, una leggenda d'autunno racconta dei Ludlow, del patriarca ex-colonnello che ripudiò il governo e la sua menzognera politica indiana, dei suoi tre figli tutti belli, intrepidi, forti nei boschi e prati del Montana che li crebbe come e meglio di una madre assente, inadatta a quei climi.
La leggenda vuole che papà Ludlow (Sir Anthony Hopkins), il primogenito Alfred (Aidan Quinn), il selvaggio Tristan (Brad Pitt) e il più giovane Samuel (Henry Thomas) siano raggiunti dalla fidanzata di quest'ultimo, la bostoniana orfana di buona famiglia Susannah Finncannon (Julia Ormond), e che subito dopo l'idealista Sammy voglia per forza partire volontario per i campi di battaglia europei, in piena Prima Guerra Mondiale. si ribella il vecchio Ludlow quando come un solo uomo i suoi figli si apprestano a sconfinare in Canada per arruolarsi, e tuttavia sceglie i suoi migliori cavalli per farli allontanare nella luce del tramonto.
Susannah trepida, e aspetterà il suo innamorato nella casa del futuro suocero.
Un ritorno in lacrime, un amore vietato, un odio di fratelli; urla di destino e vendetta, illusioni di pace, epiloghi sanguinosi.
Le leggende d'autunno sono sussurrate nel vento dalla voce di un vecchio lakota, e inghiottite dall'immensità di boschi il cui richiamo canta per Tristan, e per lui solo.

Ragazzi, concedetemelo (anche tu, Lalla, ti prego).
Questo modesto tributo alla mia memoria mitica riavvolge il nastro del tempo sino all'aprile del 1995, momento in cui ebbi la ventura di abbandonarmi per un pomeriggio all'incanto del 'filmone'.
Tutti conoscono l'accezione gergale di 'filmone' e i suoi connotati unanimemente riconosciuti: il filmone è l'opera cinematografica costruita per colpire i sensi primari dello spettatore, quelli che nell'ordine dei meccanismi della percezione arrivano prima della soglia cosciente, dell'analisi razionale, dello spirito critico.
L'effetto mozzafiato di ciò che si vede, il tuonare impetuoso di ciò che si sente, il singulto galoppante di ciò che si prova prima che riusciamo a spiegare perché. Le scene di massa, le battaglie, le tempeste, le catastrofi; le scenografie piranesiane, i costumi d'epoca, le ouvertures sinfoniche; la bellezza dei divi, l'invadenza dei volti e l'inappellabilità dei dialoghi.
"Ben Hur" (William Wyler, 1959), "Barry Lyndon" (Stanley Kubrick, 1975), "Gandhi" (Richard Attenborough, 1982), "Titanic" (James Cameron, 1997), "Il gladiatore" (Ridley Scott, 2000): pur molto diversi tra loro, questi cinque illustri esempi rappresentano in maniera esauriente la kolossale valenza del cinema come enorme macchina per trasmettere se stesso (la sua visione dell'arte e del mondo, i suoi miti, le sue rivelazioni ed epifanie) sotto forma di pura emozione multisensoriale.

Enormi facili bersagli sforacchiati dagli strali schizzinosi di troppa critica militante, i filmoni sono veicoli magici, porte spazio-temporali, tappeti volanti. Sono velieri su cui sognare e pensare e imparare, imbarcandoci per oceani lontani che solo con l'immaginazione, la sospensione dell'incredulità o la fiducia narrativa potremo mai solcare.
Ebbene, nel varo di questi imponenti 'transatlantici dell'immaginario' proprio Edward Zwick si confermò maestro d'ascia con "Vento di passioni": l'allora quarantatreenne di Chicago si era già imposto all'attenzione generale con la bellissima avventura storico-bellica di "Glory" (1989, premio Oscar a Denzel Washington come attore non protagonista nel 1990) e in seguito dirigerà, con fortune alterne, altre sceneggiature marchiate dall'ambizione di sommare i muscoli dello spettacolo con il cervello del 'messaggio' ("Il coraggio della verità" nel 1996, cingolato e faticoso; "Attacco al potere" nel 1998, sottovalutato e profetico; "L'ultimo samurai" nel 2003, ruffiano e ruggente; "Blood Diamond" nel 2006, prezioso e consolatorio).
Nel dirigere il suo secondo progetto ad alto budget, Zwick interpreta con nerbo l'adattamento che del fogliettone a puntate di Jim Harrison compiono Susan Shilliday e William D. Wittliff, e sfrutta tutte le potenzialità del racconto per impostare un ibrido cinematografico che prende dai generi western, guerra, sentimentale e gangster tutti gli ingredienti utili al raggiungimento di un elevato diapason divistico e spettacolare.
Già a suo agio con la direzione di massa di battaglie e combattimenti, il regista trova nello strepitoso anfiteatro naturale del Montana un 'protagonista' e alleato decisivo per incanalare da subito l'evasione del pubblico nella trincea ripidissima del romanzo epico: sulle note della miglior colonna sonora mai composta da James Horner (archi, ottoni, corni inglesi come ululati di Cornovaglia) i titoli di testa spalancano dinanzi ai nostri occhi la natura trionfante e generatrice, percorsa dai giochi fanciulli di tre futuri eroi.
Il miraggio di un ambiente virginale, appena lambito dalle timide pretese di una civilizzazione germogliante (la casa di tronchi in mezzo alla radura, i recinti del bestiame, il campo di lawn tennis come in "Camera con vista") si dimostra di superba efficacia per instillare nel pubblico l'esaltazione preliminare verso il paradiso perduto, e riveste di mitica lontananza ogni azione compiuta lì da ciascun protagonista: i prevedibili snodi da tragedia classica o scespiriana (conflitto col padre, donna contesa, guerra, morte, omerici ritorni etc.) non fanno altro che sbalzare fuori dalla cornice la tipizzata adeguatezza del cast ai personaggi assegnati.

Il Patriarca è Sir Anthony Hopkins, che si accolla anche le smorfie inarticolate del colonnello Ludlow quando la sceneggiatura gli impone il crepacuore per le vicende della sua famiglia una volta felice; la Femme Fatale è Julia Ormond ("Sabrina", "Il senso di Smilla per la neve"), sola e fragile e destinata a far innamorare ogni essere vivente di sesso maschile si trovi a passare nei suoi dintorni; Henry Thomas (era il ragazzino amico di E.T: da adulto si è costruito una carriera nei ruoli di chi muore a metà film, come in "Gangs of New York") è Samuel, l'agnello sacrificale nella guerra dei sentimenti proibiti; Aidan Quinn ("The Mission" il suo esordio) è Alfred, figlio del Nuovo Secolo e depositario di tutte le frustrazioni di un sogno inurbato.
Su tutti loro, e trasversalmente alle avventure e disavventure che il romanzo inanella tra anni Dieci e Proibizionismo, svetta però il profilo selvaggio di Tristan Ludlow, incarnato dalle fattezze di Brad Pitt.
Il fisico scultoreo dell'allora trentaduenne dell'Oklahoma aveva già fatto parlare di sé per la sua rapida ma incisiva apparizione in "Thelma & Louise" (Ridley Scott, 1991); i regolari lievemente mascellati lineamenti del suo viso avevano già incantato il pubblico mondiale ne "In mezzo scorre il fiume" (Robert Redford, 1992); la brutale irresistibile fisicità del suo portamento aveva fortemente valorizzato il cupo e misconosciuto "Kalifornia" (Dominic Sena, 1993); fu però "Legends of The Fall" a fare al 'personaggio Pitt' quello che - misurate le debite proporzioni, sia chiaro - "Via col vento" fece a Clark Gable e "Taxi Driver" fece a Robert De Niro, ovvero verniciò con lo smalto vetrificato dell'Icona Culturale uno specifico carattere rappresentato, congelandolo da lì in poi nei suoi codici morfologici, gestuali e psicologici come un sinonimo tout-court dell'attore stesso.
Tristan Ludlow, dal bronzeo corpo glabro, dalla bionda criniera di purosangue, dai muscoli splendenti di luce propria nella penombra della sera incipiente o della colpa; Tristan richiamato dalla foresta, Tristan che ridacchia in lakota con l'amico indiano, Tristan che doma un cavallo brado lottandoci fino a notte fonda sotto lo sguardo nascosto e fremente di Susannah; Tristan il fratello, il guerriero, l'amante, il fuorilegge, il vendicatore.
Atletico come sarà solo in "Troy" (Wolfgang Petersen, 2004), levigato e ferino come un giaguaro, tormentato e invulnerabile come un eroe Marvel, Brad/Tristan istituisce la cifra definitiva del 'Pittismo', sorta di deriva neoclassica che scolpisce nei cuori delle spettatrici di tutto il pianeta l'emblema di ciò che di desiderabile e di impossibile si possa rimpiangere in un uomo reale: il coraggio aitante, il sex-appeal incontaminato, l'odissea dell'anima, la pietas umana.
Anche se negli ultimi 12 anni Brad Pitt ha lavorato tanto e quasi sempre bene per emanciparsi da questo santino scintillante e sgualcito, l'impennarsi del suo cachet a film, del numero di copertine a lui dedicate da riviste di tutto il mondo e delle richieste di essere testimonial di marchi e prodotti, della sua autorevolezza al borsino di Hollywood e della sua vita matrimoniale (da maritino della simpatica berlinetta Jennifer Aniston a padre di famiglia con la fuoriserie Angelina Jolie) è dovuto proprio alla popolarità globale del suo Tristan, al garrire della sua chioma al galoppo, all'oscura limpidezza del suo sguardo di ragazzo divenuta brace di passione o di implacabile vendetta.

Uno che di psicologia dei meccanismi narrativi se ne intendeva(*) scrisse che, immedesimandoci nei sentimenti esagerati ed esemplificativi dei personaggi sulla scena, e nello stesso tempo contemplandoli dalla posizione privilegiata di osservatori esterni, riusciamo a purificarci dalle misere ambasce della nostra vita quotidiana: ebbene, se siete alla ricerca di due ore e mezza di catarsi a buonissimo mercato, se amate i film dall'allestimento pomposo e dal divismo smaccato, se bramate soffiare nei fazzoletti tutta la vostra partecipazione; ma anche, se apprezzate la restituzione di epoche e fatti storici (realmente avvenute le cariche della fanteria canadese dietro al calcio di un pallone verso le linee nemiche, e ben restituito l'uso di gas tossici durante la battaglia della Somme), se adorate l'estetica callosa del western mischiata al tossicchiante avanzare della modernità, se godete nel farvi inghiottire da panoramiche di scenari naturali che non ricordavo così emozionanti almeno da un decennio ("La mia Africa", Sydney Pollack 1985); se corrispondete a questa descrizione, avrete già visto questo film diverse volte, per cui tutta questa mia verbosissima raccomandazione è, di fatto, inutile.
Se per caso, però, non l'aveste mai visto, sappiate che fortunatamente "Vento di passioni" viene con regolarità riproposto su tutte le maggiori emittenti generaliste: più di un pomeriggio noioso e più di una notte fonda e insonne sono state brillantemente risolte da questo film.

Come per altri piccoli-grandi capolavori commerciali dell'ormai lontano decennio scorso (cfr. "Robin Hood principe dei ladri" del 1991), è ovvio che la stellatura appioppata oggi invece che allora è obbligata a tener conto della decantazione dei valori assoluti, per cui nonostante "Legends Of The Fall" sia una delle singole esperienze cinematografiche più emozionanti che io ricordi, non posso premiarlo con le cinque stellette, all'alba del 2007 (e beccatevi la rima semi-involontaria).
Ma è un 'quattro stelle extra-lusso', condito con tutti i grassi saturi del cinema roccioso, patinato, virilmente svenevole e fiammeggiante di fremiti nostalgici.

La prova dell'influenza estetica di un semplice ma curatissimo esemplare di cinema rétro la si può facilmente riscontrare nelle reazioni epidermiche del pubblico, una volta compiuto l'atto di assorbimento dell'oggetto-film.
All'uscita del cinema la piccola folla sciamò via nella sera, e io di sguincio cercai di leggere, in quelle persone che stavano rapidamente disperdendosi, dei segnali, degli indizi rivelatori: ognuno di loro aveva una sua fiammella negli occhi, lo vidi chiaramente, come se nello specchio delle iridi non avessero terminato di scorrere i titoli di coda, e la loro musicona torrenziale.
In quel momento, ma forse anche poi, tutti i maschi (io per primo) avrebbero voluto essere Tristan Ludlow.
In quel momento, ma forse anche poi, tutte le femmine avrebbero voluto farselo.

As evening fell
A maiden stood
At the edge of a wood

In her hands
Lay the reins
Of a stallion

And n'er I'd seen
A girl as fair
Heard a gentler voice anywhere

Whispered, alas
She belonged,
belonged to another,

Another forever
Yes she belonged
To the twilight and mist

(*) Aristotele, Stagira, 384 a.C. - Calcide, 7 marzo 322 a.C.

SCHEDA
VENTO DI PASSIONI (Legends of the Fall, Usa 1995, 133'). Regia: Edward Zwick. Soggetto: Jim Harrison (dal proprio romanzo). Sceneggiatura: Susan Shilliday e William D. Wittliff. Fotografia: John Toll. Montaggio: Steven Rosenblum. Musiche originali: James Horner. Scenografia: Lilly Kilvert. Costumi: Deborah Lynn-Scott. Con Brad Pitt, Sir Anthony Hopkins, Aidan Quinn, Julia Ormond, Henry Thomas, Karina Lombard, Gordon Tootoosis, Christina Pickles, Paul Desmond, Tantoo Cardinal, Robert Wisden, John Novak, Kenneth Welsh. (Voto: 7.5)

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Avete domande riguardo Vento di passioni? Domanda
Pagina 1 di 11 | 1 - 5 di 55 commenti
  • apo1971 13/11/2011 11:51
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    Come al solito rimango incantato dalla dialettica che ti contraddistingue, tuttavia rimane per me un mistero capire come possa piacere quest'opera così pomposa e banale allo stesso tempo. Insomma, scomodare "Ben-hur" o "Via col vento" che avevano ben altro phatos rispetto a questo "venticello di passioni" è una cosa che non avrei mai fatto. Debbo avere i sensi primari poco sviluppati perchè quando lo vidi (al cinema) mi annoiò da subito e mi irritò contestualmente l'ostinazione della mia ragazza nel volerlo definire un filmone (come te) quando dopo appena 1 settimana dalla visione non ricordava che i pettorali e la folta chioma pittiana. Per me un 6,0, battuto (in senso negativo) anni dopo dal terribile "Australia".

  • Asiuletta 17/10/2010 19:28
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    Secondo me sei stato un po' generoso con questo film... Quando l'ho visto la prima volta, da ragazzina, ero rimasta affascinatissima dalla figura di Tristan e avevo pianto come una fontana... Col senno di poi, lo criticherei in molti punti che trovo forzati, e finisco per salvare su tutti il "vecchio" colonnello Ludlow, un grandissimo Hopkins anche quando è messo in secondo piano dalla folta bionda chioma di Brad. Concordo, però, sul fatto che il protagonista fosse un bocconcino niente male... il classico bello e dannato :-)

  • Hanyu 17/03/2009 21:16
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile

    Troppo bello questo film...per non parlare di Pitt...

  • indacoblu2 27/07/2008 18:12
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    Eccellentissima! Sono contenta che spesso tu abbia citato il titolo originale, perchè quello in italiano, fa perdere punti al film! Noto che non indichi età minima: ma se c'è molta tensione, come tu indichi ed io condivido che ci sia, non è il caso di segnalarla?...Cmq...questa opinione, se li assegnassi io, avrebbe un bel diamante vicino al titolo!

  • maryforpresident 11/01/2008 18:51
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    E anche qui...

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