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Opinione

per Volver (Pedro Almodovar)
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5 Stelle Madres. Hijas. Hermanas. Opinioni con immagini
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Raccomandato: Si

Vantaggi Il meglio di Almodóvar nelle sue vesti di sacerdote di ogni sorellanza, con in più la consueta bellezza della pittura, la prevedibile simpatia e umanità dei personaggi femminili, la composizione equilibrata del soggetto narrato.

Svantaggi Ah sì mi chiedono gli svantaggi, mi chiedono…

Dettagli

Genere drammatico
Età minima per tutti
Regia ottima
Attori geniali
Sceneggiatura ottima
Colonna Sonora da comprare!
Qualità Video (DVD):
continua

L'autore

brest Dal 7 feb 2001

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(Attenzione: rileggendo ho notato che, al fine di giustificare il mio entusiasmo, ho per forza dovuto fare rivelazioni compromettenti)

Scenario ispanico: nell'aria scossa e indaffarata in cui si alternano la periferia della grande città e la polverosa provincia manchega, sventolano vite di donne, avanti e indietro da Madrid alla campagna mulinante e ritorno, tra il passato e il presente, tra maternità e speranza, tra la condizione di femmine-preda e quella di vendicatrici di se stesse e del mondo incendiato.
C'è innanzitutto la battagliera Raimunda (Penélope Cruz, maggiorata artificialmente), madre della fiorita adolescente Paula (Yohana Cobo) e alle prese con un marito disoccupato che guarda la ragazzina in modo strano; si affaccia la timida 'peluquera' abusiva Soledad detta Sole (Lola Dueñas, più carina che in "Mare dentro"), legata alla sorella Raimunda da affetto e diversità caratteriale; ecco la mascolina e dolente Augustina (Blanca Portillo), divenuta al paesino dama di compagnia della svanita zia Paula (Chus Lampreave) che dice di essere visitata ogni giorno dalla sorella Irene, madre di Raimunda e Sole, morta quattro anni prima assieme al marito nel rogo accidentale di un granaio.
C'è infine proprio lei, Irene (Carmen Maura, una benedizione d'attrice), che ritorna all'improvviso per dare una mano alla solinga malata Augustina e per chiedere perdono alla figlia maggiore Raimunda, vittima di un oltraggio da lei sempre ignorato.
Mangiare, bere, morire, rinascere.
La catena della vita è una striscia matriarcale, vincolante come una maledizione e protettiva come una tempesta di bacini sulle guance.

Ah Pedro, como te quieren las mujeres: con esultanza, sollievo e una frizzante contentezza epidermica, saluto il rientro del grande Almodóvar nell'alveo rotondo e pieno del mondo femminile, la cui esteriorità e interiorità aveva saputo così magnificamente raccontare in almeno quattro capolavori: "Donne sull'orlo di una crisi di nervi" (1988), "Il fiore del mio segreto" (1995), "Tutto su mia madre" (il più grande di tutti, 1999), "Parla con lei" (2002, così indulgente da far uscire bene perfino gli uomini).
Dopo il monosessuale e intricatissimo noir meta-filmico "La mala educación" (2004), di cui avevo a calde lacrime lamentato la totale assenza di figure femminili e l'ossessione di un mondo popolato solo da famelici maschi violati e violatori, le donne confermano di essere il migliore territorio d'esplorazione per il cinquantaseienne castigliano, divenuto a giusta ragione il regista spagnolo più acclamato dai tempi di Luis Buñuel.
Amore corrisposto, amore reciproco, amore speculare: Almodóvar sembra annodare un cordone ombelicale di memorie condivise, feticismo, e un passaparola di mutuo soccorso che s'intreccia tra sé e le sue protagoniste, e contemporaneamente tra tutte loro, ottenendo come risultato di questo paziente lavorio d'uncinetto il tessuto spesso di un mantello magico, luogo che ripara e rende invisibili, angolo di credenza in cui si mettono da parte ciambelle e cialde croccanti da sgranocchiare insieme, cassetto buio di legno profumato di bucato che custodisce i segreti e concede a ognuna il suo boccone di ricordo.

Con tutto il rispetto per Castellitto, la Penélope Cruz di "Volver" si muove, si agita, quasi oscilla come la punta di una sonda meteorologica nel vento d'alta quota e mi sembra molto più a suo agio col culone posticcio e il seno strizzato sotto il collo che nei panni malfermi, pur se ammirevoli, della sventurata Italia nel comunque largamente apprezzato campione d'incassi nostrano di due anni fa, "Non ti muovere".
C'è poco da fare: la chimica da famiglia allargata che Almodóvar istituisce nella riunione della sua parentela ginecea (nessuna donna è troppo bella e irreale, ma tutte a loro modo sono indiscutibilmente attraenti) ricorda un po' la stessa capacità comunitaria e conviviale del 'nostro' Ozpetek, ma con in più una felicità espressiva e quasi un 'sapore' di parole e sguardi che in certi momenti danno l'impressione, malgrado la versione doppiata, di essere di fronte al film originale.
Le labbra si muovono in spagnolo, le mani gesticolano in spagnolo, le femmine ancheggiano in spagnolo e si salutano ritualmente con vezzose coccole delle guance e delle bocche sempre cinguettanti di saluti, promesse, lamentele e smorfie. Rigorosamente in spagnolo. E io impazzisco.
Lola Dueñas è mite e smagrita; la da me sconosciuta Blanca Portillo fonde la saggezza no-global del minimalismo alla marijuana con la tradizione matristica dell'esorcismo anti-solitudine, e ne verrà ripagata come da un karma salomonico; la giovanetta Yohana Cobo passa da cerbiatta imbronciata a donna sorella protetta da mamma, zia e nonna.
Soprattutto, una magica Carmen Maura incarna in un solo personaggio la sintesi sublime di follia, giustizia, destino e responsabilità, ovvero i requisiti minimi e massimi per amare con l'amore delle madri.

Questo film riprende il discorso (non troppo interrotto ma comunque intermittente da lì in poi) di "Todo sobre mi madre", nel senso che aggiorna il punto della situazione sulla società civile di un paese che trent'anni fa era indietro di trent'anni rispetto all'Italia e che ora, sempre paragonato a noi, pare la culla della modernità; nel farlo, procede però ben dentro la metrica danzante di una sceneggiatura che mai perde di vista il nerbo del racconto, la scansione degli eventi, la necessità di raccordare ogni spunto sospeso alla circolare necessità di comprensione del quadro generale espressa dall'attenzione dello spettatore.
Vi sono delitti involontari, colpevoli fraintese, innocenti femmine affannate solo nella difesa di ciò che, direttamente o meno, è la loro progenie: nella liberale Spagna di Zapatero (viva Zapatero, a proposito, anche se non concordiamo sulla politica estera) PA racconta gente comune costretta a tirare avanti con gli espedienti del lavoro in nero; mostra il substrato inestinguibile di una tradizione rurale in cui il pettegolezzo funerario adorna camere ardenti esattamente come i rosari e le litanie; esorta el pueblo ad escogitare una propria micro-economia di scala (intesa come scala del condominio) per schivare le insidie del mercato (inteso come mercato di quartiere).
Nel 2006, la vitale precarietà di una popolazione creativa e amorosa giustifica e spiega la necessità sempre più irrinunciabile della famiglia, ma ne proclama al tempo stesso l'ampliamento ben al di fuori dai recinti del sangue, dei cognomi, delle proprietà o dei contratti.
La famiglia è sacra, ma lo è ancor di più se siamo noi a sceglierci i parenti, a decidere di chi essere fratelli e sorelle, a stabilire liberamente che nome e che bisogni abbia una figlia malata, anche se non è uscita dal nostro ventre.
PA non parla di o per l'omosessualità. Non parla nemmeno di sessualità, e la sequenza in cui Raimunda ricompone il cadavere di Paco è esplicita proprio in questo senso: accovacciata a terra e ripresa a mezzo busto la donna gira il corpo del morto e noi sappiamo che ne scopre il sesso esposto, ma pochi istanti di camera fissa e il rumore inequivocabile di una zip richiusa ci confermano che qui il centro del mirino non è sul desiderio, sulla carnalità e sulla natura dell'identità di genere.
Qui si parla di amore, e basta. Che PA trovi più semplice e naturale farlo 'usando' l'universo femminile ha certamente a che fare con elementi biologici (le donne crescendo imparano a trasmutare nel sangue, a custodire la vita non ancora nata nel loro corpo, infine partoriscono) ma forse anche con l'eredità psico-culturale di un mondo - il nostro - che volente o nolente ricorda la più grande felicità e sicurezza e dolcezza senza bisogni proprio nel limbo pre-natale della placenta materna.

Nel contesto, il testo. Nella raffigurazione realistica e 'politica' del suo ambiente (culturale, urbanistico, sociale), PA fa girare il disco melodioso del racconto specifico che vede l'alternanza di così tante donne piene di vita e solidarietà.
La storia ha pennellate 'noir' impresse con il polso morbido dell'ironia, ma conserva soprattutto il registro rigoroso del dramma brillante, e riesce con un autentico colpo di genio a rifilarci un lungo momento di illusione metafisica, che omaggia il cinema italiano nella persona di Federico Fellini ancor più di quanto non vi riesca scolpendo una Cruz che sembra figlia di primo letto di Anna Magnani, Sofia Loren o Silvana Mangano.
Accade quando entra in scena Irene, defunta quattro anni prima. La bravura di PA è tutta drammaturgica, e sta nel mostrarci questo personaggio, lieve e misterioso come uno spirito benigno, prima nel nido antiquato e superstizioso della casa di famiglia, al paesino, dove da sempre si vociferava che la donna tornasse a visitare (dandole una mano nelle faccende domestiche) la vecchia sorella. Qui la cosa è data talmente per scontata che quando Irene si palesa lo fa con passo leggero, con sorriso angelico, con dimessa agilità.
Per una buona mezz'ora la contaminazione tra la commedia pitturata di estrazione realistica e la favola alla Zavattini persuade anche il pubblico, e ci sembra la cosa più normale del mondo.
Solo dopo capiamo la verità, e ci sembra di nuovo perfetta, anche meglio della fiaba a cui avevamo creduto di assistere fin lì. Pur di ammorbidire le conseguenze del suo ritorno, una madre è serenamente disposta a passare per fantasma. Ma è la realtà delle cose accadute e ormai irreparabili a obbligarla al perdono. A chiederlo e a concederlo.
Ma ancora non è proprio tutto: c'è spazio per la stoccata mortale che la donna matadora infligge all'ottusità minotaurina del maschio bavoso, per la sapienza olfattiva che collega la memoria alle persone amate (bellissima la sequenza di Sole che annusa l'odore della madre sul manubrio di una cyclette), per l'intimità fisiologica che fa riconoscere la presenza di Irene dal galleggiare, nell'aria di una stanza, del bouquet inconfondibile di una sua banale flatulenza.

"Volver" conferma, d'altra parte, la mai discussa arte di compositore figurativo che PA ha sempre iniettato sin nei più minuti dettagli e angoli e segmenti e spazi delle proprie inquadrature. Il patio della casa di Augustina, al paese, è incorniciato da maioliche a muro di struggente antichità e grazia; quando Irene e Raimunda si confessano lo fanno sedute su una panchina pubblica contro lo sfondo di un murales sgargiante; la festa nel ristorante in cui la protagonista organizza le cene per la troupe cinematografica è caratterizzata dall'allestimento colorato e semplice di un luna park, e dona lo stesso sentimento infantile di allegria ed eccitazione.
Potrei elencare decine di esempi, ma la giostra e l'armonia di colori che PA organizza per il nostro sguardo nell'accuratezza di ogni elemento filmato è portatrice di vita pura, che ricade luminosa nella stoffa fiorita di vecchi vestiti, nell'eccesso rivelatore di una stivaleria aggressiva e scalpicciante, nei rossetti, nelle nuances del trucco, nel profilo scuro di matite per occhi dalla punta grossa, dalla grana tenera.

Pedro, devo ammetterlo: durante il film ho goduto di ogni istante, quasi di ogni inquadratura e all'emissione di qualunque alito di voce o di vento, senza vergognarmi del desiderio di essere anch'io sorella o zia o mamma di quelle persone invincibili e ottimiste che il tuo cinema esibisce come dopo averle prelevate a caso da un quartiere popolare della tua città, o dal più remoto borgo della tua campagna.
Le nostre radici, le nostre tombe preparate in anticipo e lucidate con olio di gomito ma svuotate da resurrezioni poco spirituali, le nostre buone e cattive azioni sepolte in riva al fiume: ecco l'ambigua realtà che abita sopra e sotto la terra, e ce l'hai dissodata con un aratro gentile, che scende nelle zolle di carne e sangue quasi senza sforzo, lasciando l'impressione di essere stati percorsi dal brivido di un fluido benedetto.
Se mi chiedessi cosa farò con questo film dopo averlo consigliato a chi non l'ha ancora visto, dopo aver diffidato ogni pensante dall'alienare il budget mensile per il cinema (non più di una volta ogni quattro settimane è la media degli italiani istruiti, fonte Istat) all'inseguimento di uno strombazzato Codice, dopo aver ri-consigliato la tua 'pelicula' anche a chi già l'avesse vista una volta e dunque possa capire meglio il calore della mia raccomandazione; beh, dopo tutto ciò mi rimarrà solo una cosa da fare, per ripagarti adeguatamente della gioia e dell'intelligenza buona che mi hai fatto suggere goloso, come dalla mammella stessa della Bellezza.
Volver, tornare.

SCHEDA
VOLVER - TORNARE (Volver, Spa 2006, 121'). Regia, soggetto, sceneggiatura e montaggio: Pedro Almodóvar. Fotografia: José Luis Alcaine. Musiche originali: Alberto Iglesias. Scenografia: Costumi: Donna Berwick. Con Penélope Cruz, Lola Dueñas, Blanca Portillo, Yohana Cobo, Chus Lampreave, Leandro Rivera, Augustin Almodóvar. (Voto: 8)


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Avete domande riguardo Volver (Pedro Almodovar)? Domanda
Pagina 1 di 15 | 1 - 5 di 75 commenti
  • apo1971 03/06/2011 15:12
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    Lucidare la propria tomba, prendersene cura come fosse un villino può aiutarci ad affrontare meglio la morte. Affrontare meglio la morte, non tanto nel momento esclusivo del trapasso, ma l'accettazione del concetto stesso di negazione dell'esistenza aiuta senz'altro ad affrontare meglio la vita.

  • apo1971 04/09/2010 12:29
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    Dio come mi vergogno , Almodovar mi manca totalmente! Non solo non ho visto questo "Volver" , ma nessuna delle sue opere. A risentirci quando avrò qualcosa da dire anch'io.

  • barbyinsegn 22/11/2009 09:17
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile

    Anche a me questo film è piaciuto molto, del resto Almodovar è uno dei miei registi preferiti, ho visto quasi tutti i suoi film e ne ho parecchi in dvd

  • sorcia 14/11/2007 19:19
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile
  • eusapia 20/09/2007 09:31
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    è il primo film di Almodovar che ho visto, un colpo di fulmine!

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