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Year of the Cat - Al Stewart

Opinione

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4 Stelle Astrologia Vietnamita e pianisti ossessivi
42 su 42 utenti Ciao hanno valutato come utile la seguente opinione Vedere le valutazioni
Raccomandato: Si

Vantaggi Sognante, delicato, suggestivo

Svantaggi Non tutti i pezzi sono all’altezza della title track

Dettagli

Qualità dei testi 5
Qualità della musica 5
Voce artista 5

L'autore

Leia_Skywalker Dal 28 set 2003

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Capita, a chi di mestiere fa il musicista, di viaggiare per il mondo. Di nascere in Inghilterra, ma magari di trascorrere una sera a Cincinnati assieme ad un ragazzo di 21 anni che hai assunto come pianista nel tuo gruppo, e che continua a suonarti sempre gli stessi accordi, tutto il tempo. A questo musicista inglese date il nome di Al Stewart, il 21enne pianista ossessivo invece chiamatelo Peter Wood: ecco allora il quadro di quella sera di trent’anni fa, quando “Year of the cat” nacque. Ma ci vollero mesi e mesi perché la canzone e l’album omonimo vedessero la luce. Se glie lo chiedete oggi, Al Stewart vi parlerà della genesi di quella canzone come una delle più difficili della sua carriera. Mentre Peter Wood si ostinava a disegnare con le dita sul piano sempre le stesse note, lui sapeva che poteva venirne fuori qualcosa di buono, che poteva scrivere un bel testo, trasformare quell’improvvisazione in un quadro dai contorni definiti. Ma farlo diventare realtà gli prese 10 mesi. Il titolo, invece, gli venne quasi subito grazie ad un libro di Astrologia Vietnamita lasciato provvidenzialmente aperto al capitolo “Year of the cat” dalla sua ragazza di allora. Un destino così munifico non poteva abbandonare Al Stewart. Ci volle tempo, dunque, ma quando “Year of the cat” fu pronta, Al Stewart trovò un successo senza precedenti.

Per carità, non chiamatelo Pop Star; Al Stewart ha sempre pensato a sé stesso come un musicista folk e il caso ha voluto che abbia fatto fortuna con un album di musica più popolare.
Quando “Year of the cat” uscì, nel 1975, alle sue spalle aveva 7 lp in Inghilterra, 3 in America , e soprattutto un lavoro, “Modern Times” che gli era valso un buon posizionamento nella Top 30. C’era molta aspettativa, dunque, per questa nuova fatica, tanto più che aveva Alan Parsons come produttore, Abbey Road come studio e una bella rosa di musicisti come contorno:
il chitarrista solista Tim Rannick, che aveva avuto un hit single con la canzone “The arms of Mary”;
il batterista Stuart Elliot, che sarebbe poi stato chiamato da Alan Parsons per i suoi Alan Parsons Project; il su citato Peter Wood, assunto come pianista, ma sfruttato anche alla chitarra spagnola nella canzone “On the border” ; infine George Ford al basso, un musicista che Al Stewart a 13 anni aveva visto esibirsi col fratello Emil in uno spettacolo a cui partecipavano anche musicisti come Bobby Darin e altri cantanti col ciuffo. Quando si dice il destino…

Contrariamente a quello che sarebbe successo con la title track, le altre canzoni dell’album ebbero una realizzazione meno faticosa. Non si stenta a crederlo, perché si tratta di gioiellini di semplicità inarrivabile, con testi che parlano sempre di qualcosa a cui l’autore è particolarmente affezionato, o qualcosa da lui direttamente vissuto. “Lord Grenville”, ad esempio, e cioè la canzone che apre l’album, è una di quelle “sea-song” che già in passato Stewart aveva dimostrato di amar comporre: altri esempi sono “Old admirals” su “Past present and Future” e “Dark and the rolling sea” su “Modern Times”. Qui è trattata la storia dell’ammiraglio omonimo che affrontò un’intera flotta di navi spagnole e morì annegato: liriche fluttuanti, sospese e salmastre, fortemente evocative e cariche di un senso di resa al proprio destino, di smarrimento, di quieta disperazione.
“…Our time is just a point along a line, that runs forever with no end, I never though that we would come to find ourselves upon these rocks again…”.
Questo, che è il punto culminante della narrazione e delle musiche, è costato a Stewart qualcosa come 2 ore di lavoro ininterrotto, e di occhiatacce da parte di Alan Parsons, a causa di una nota alta che proprio non voleva venir fuori dalla sua gola stremata. Ma il risultato è impeccabile: probabilmente la mia preferita in tutto l’album.
“Mida’s shadow”, invece, fu scritta nella camera di un albergo in cui soggiornavano anche i Led Zeppelin con tutto il loro chiassoso entourage: la “Spanish maid” a cui fa riferimento il testo è l’ignara testimone di un momento imperdibile nella storia della musica, e il polo dicotomico di un mondo che vede rockstar maledette e i lavoratori negletti calpestare lo stesso pavimento nella reciproca indifferenza e ignoranza. Ascoltando questo brano in cuffia, si rimane colpiti dal modo in cui il suono delle tastiere soffia prima da un lato, poi dall’altro: una sorta di incantesimo che irretisce, ipnotizza, e così eccoci lì anche noi nel luogo sospeso del pentagramma.

Queste due canzoni, assieme alla title track sono per me i vertici di un album che non riesce sempre a mantenere altissimo il suo livello, ma che comunque presenta altri lavori di pregiata fattura:
“Flying saurcers” ad esempio, la preferita di Stewart, con due aereoplani che si perdono in banchi di nebbia, come amanti che la vita divide. Questo testo, racconta Stewart, nasce da un libro sui Sophwit Camels che stava leggendo all’epoca: bellissima, e teneramente ironica la chiusa del brano, “Call me if you ever need repairs”.
Ancora, “Sand in your shoes”, folk rock song sulla scia degli autori con cui era cresciuto (Bob Dylan su tutti): Stewart era convinto che sarebbe stato un ottimo primo singolo, e così premette sull’etichetta per cui registrava affinché fosse pubblicata per prima. In effetti, fu al primo posto in Sud Africa, ma non risulta abbia dato gli stessi risultati in nessun altro posto, e così finì la sua carriera di decisore di singoli.
“If it doesn’t come naturally leave it”, è ispirata allo stile metrico di Bruce Springsteen, su ammissione dell’autore stesso, con un occhio sempre a Dylan. Personalmente la trovo leggerina, ma probabilmente tutto ciò è dovuto alla scarsa affezione per questi due autori in genere (Scusa Caio!).
“Year of the cat”, invece, è una di quelle canzoni che tutti avrebbero voluto scrivere: non solo il bel piano di Peter Wood, ma il sassofono, la chitarra che “miagola” sul finale, e soprattutto le atmosfere rarefatte, i testi:
“…On a morning from a Bogart movie,
in a country where they turn back time
you go strolling through the crowd like Peter Lorre
contemplating a crime…”.
Con una sola strofa, la scena è chiara, abbiamo varcato la porta che divide l’inchiostro sulla carta da quel mondo oltre le nuvole che si nasconde dietro ogni parola. Al Stewart ha impiegato un anno per leggere dentro di sé, ma ci ha regalato con la sua splendida musica la chiave per viaggiare nella sua e nella nostra fantasia per sempre. Potere della musica.

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Commenti

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Pagina 1 di 9 | 1 - 5 di 43 commenti
  • commark 04/04/2010 10:36
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile
  • ClarissaDalloway 09/12/2005 00:09
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    Troppo professionale per essere vera..ma E' VERA;)Sei bravissima!

  • gategate 18/07/2005 21:07
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    Canzoni cha hanno e raccontano una storia... Forse per questo resistono al tempo!

  • Alexroger 26/04/2005 09:14
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile
  • epy 09/08/2004 19:56
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile
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